La leggenda di Giuseppe Catoni, mio lontano parente.
Nacque ad Acciano, il 18 novembre 1820, con il nome di Matteo Giuseppe Antonio Catoni, figlio di una terra aspra e generosa, cullato dalle montagne e temprato dal lavoro dei campi. La sorte volle che quel ragazzo, come tanti della sua generazione, non potesse frequentare le scuole: eppure, ciò che gli mancò nei libri, gli venne concesso in abbondanza dalla natura, che lo forgiò nella misura dei giganti.

Sin dall’adolescenza, la sua forza divenne leggenda. A soli quattordici anni, a San Benedetto in Perillis, dove andava a “serchiare” patate, lavorava quanto e più di due uomini fatti. A sedici anni la sua statura aveva già toccato i due metri, e a ventiquattro raggiunse la misura straordinaria di due metri e venticinque centimetri: ma non era solo altezza, era vigore armonioso, forza possente e proporzionata. Non un gigante malfermo e sproporzionato, ma un vero atleta naturale, dono raro in ogni epoca.
Le cronache narrano che a Civitavecchia, giovane e baldanzoso, scommise un piatto di spaghetti contro un’impresa impossibile: sradicare un mandorlo. Con lo stupore dei presenti, strappò l’albero con le sole braccia, lo caricò sulle spalle e lo portò in città come fosse un trofeo. La leggenda dice che, tra le risate e gli applausi, quel giorno il “Giuseppone” d’Abruzzo si guadagnò non solo il piatto di spaghetti, ma la fama di uomo sovrumano.

Da allora, la sua vita prese la strada dell’avventura. Fu chiamato da compagnie girovaghe, posò per artisti a Napoli, viaggiò in Francia e a Parigi entrò nei palcoscenici della lotta. Lì gli opposero campioni locali, ma il Gigante di Acciano non volle piegarsi né alla paura né all’umiliazione: quando il pubblico lo fischiò, egli sollevò il rivale come fosse un fuscello e, rivolto alla folla, domandò se lo volessero “dentro o fuori”. Al grido unanime della gente, lo scaraventò fuori dal ring, conquistando applausi e rispetto.
Tale fu la sua fama che giunse perfino a servire alla corte di Luigi Filippo d’Orléans come guardia del portone, con stipendio favoloso. Dopo la caduta del re francese, la sua mole titanica trovò posto persino alla corte degli zar, a Pietroburgo. Dall’Europa tornò infine al suo paese natio, ricco di onori, denaro ed esperienze, e ad Acciano mise radici sposandosi e generando sei figli.
Ma anche la sua morte si fece leggenda. Quando, ormai anziano, fu vinto dalla polmonite nel marzo del 1890, scienziati italiani, francesi e inglesi offrirono somme ingenti pur di studiarne il corpo. Lo scheletro del Gigante fu trasportato al Policlinico Umberto I di Roma, dove medici e anatomisti lo posero tra i più straordinari esemplari mai esaminati: non solo un gigante, ma un gigante-atleta, raro connubio di altezza e forza armoniosa.

Oggi, una lapide ad Acciano tramanda la memoria del suo nome, incisa con parole di onore e riconoscenza:
«In questa casa di sua proprietà abitò il Gigante Giuseppe Catoni che la portentosa sua statura mostrò alle nostrane e alle estere genti, facendosi ricco di senno e di denaro. Uomo onesto, laborioso, caritatevole, morì compianto da tutti l’8 marzo 1890. Il R. Governo, nell’interesse della scienza e con il consenso della famiglia, ne trasportò lo scheletro al Museo di Roma, a imperitura memoria».
Così visse e morì il Gigante di Acciano: non solo mio trisavolo, ma simbolo di una stirpe forte e indomita, che dalla nostra terra seppe innalzarsi sino alle corti d’Europa e consegnarsi, per sempre, alla leggenda.













