
COLOPHON ISTITUZIONALE
Titolo
La guerra di Celano
Storia di un Conte che non si inginocchiò
Autore
Giancarlo Sociali
A cura di
Associazione Culturale
“Beato Tommaso da Celano”
L’Associazione Culturale “Beato Tommaso da Celano”
opera per la tutela, la valorizzazione e la diffusione della memoria storica, culturale e spirituale della città di Celano e del suo territorio, promuovendo studi, ricerche, pubblicazioni e iniziative volte alla conoscenza critica del passato e alla trasmissione consapevole della memoria collettiva.
La presente opera rientra nelle attività culturali dell’Associazione ed è finalizzata alla ricostruzione storica e narrativa di uno degli eventi più traumatici e fondativi della storia celanese.
Prima edizione
[2026]
©
Associazione Culturale “Beato Tommaso da Celano”
Tutti i diritti riservati
È vietata la riproduzione, anche parziale, dell’opera in qualsiasi forma e con qualsiasi mezzo senza autorizzazione scritta dell’editore.
CAPITOLI
Prefazione
Capitolo I – 1212: Due morti pag. 7
Capitolo II – La bilancia del Papa e l’ombra della Marca (1211–1215) pag. 9
Capitolo III – Riccardo, il Cavaliere e l’immagine che uccide (1215–1220) pag. 13
Capitolo IV – L’incoronazione e l’assenza (1220) pag. 17
Contrappunto pag. 21
Capitolo V – Il primo urto (1221) pag. 22
Capitolo VI – L’Impero scende in campo (1221–1222) pag. 26
Capitolo VII – L’accerchiamento (1222–1223) pag. 29
– Interludio 1 pag. 33
– Interludio 2 pag. 34
Capitolo VIII – La città sacrificata (1223–1224) pag. 36
Capitolo IX – Il popolo sradicato pag. 40
Capitolo X – Voci senza nome pag. 43
Capitolo XI – Malta, la seconda patria forzata pag. 45
– Interludio finale – Colui che non sapeva pag. 48
– Nota storica – Sicilia, Malta e la deportazione dei Celanesi (1223–1252) pag. 49
Capitolo XII – Il ritorno impossibile pag. 52
Capitolo XIII – L’uomo contro l’Impero L’esilio (1223) pag. 54
Capitolo XIV – Gli ostaggi (1227–1228) pag. 57
Capitolo XV – La crociata che non fu (1228–1229) pag. 61
Capitolo XVI – Il conte del Papa (1229–1241) pag. 64
Capitolo XVII– Giuditta e la lunga attesa pag. 67
Capitolo XVIII – Ruggero, l’erede dell’assenza pag. 70
Capitolo XIX – Il carattere che resta pag. 74
Capitolo XX – Conclusioni pag. 76
Epilogo – Il luogo che resta pag. 78
Nota dell’autore pag. 79
Fonti e Bibliografia pag. 80
Prefazione
Ci sono storie che vengono ricordate perché hanno vinto.
E ce ne sono altre che vengono ricordate solo nella misura in cui possono essere assorbite nella narrazione dei vincitori.
La guerra di Celano appartiene a questa seconda categoria.
Ed è anche per questo che, per lungo tempo, non è stata raccontata davvero.
Negli ultimi anni si è scelto di collocare la distruzione di Celano, la deportazione del suo popolo e la fine violenta della sua autonomia all’interno di un cosiddetto “anno federiciano”. Una scelta che, pur ammantata di intenti commemorativi, rivela una profonda mancanza di sensibilità storica e civile. Intitolare il ricordo di una città rasa al suolo al nome di chi ne ordinò la cancellazione significa, ancora una volta, permettere al vincitore di appropriarsi della memoria del vinto.
Federico II non ha bisogno di Celano per essere ricordato.
È già una delle figure più studiate, celebrate e mitizzate della storia europea. La sua grandezza politica, culturale e istituzionale è oggetto di secoli di storiografia e di una fortuna simbolica che non conosce declino. Celano, invece, ha bisogno di essere ricordata per sé stessa, non come nota a piè di pagina dell’Impero che la distrusse.
Eppure, anche nel momento della commemorazione, si è scelto di far ruotare tutto attorno alla figura imperiale, lasciando nell’ombra ciò che dovrebbe interrogare la coscienza storica di una comunità: un popolo deportato, una città annullata, una tradizione spezzata. Si è parlato del potere, ancora una volta, mentre si è taciuto — o appena sussurrato — di ciò che Celano perse: le sue forme di autogoverno, il suo tessuto sociale, le sue pratiche religiose e civili, persino culti antichi come quello di Sant’Agata, scomparsi insieme alla comunità che li custodiva.
In questa rimozione silenziosa, la figura di Tommaso di Celano è forse la più colpevolmente trascurata.
Tommaso non fu un ribelle occasionale né un feudatario minore travolto dagli eventi. Fu un conte che ebbe la capacità — rara e costosa — di opporsi a un Impero nel momento della sua massima affermazione. Non per ambizione personale, ma per fedeltà a un ordine politico e territoriale che traeva legittimità dalla montagna, dal consenso e dalla continuità storica. Accanto a lui, Giuditta non fu semplice consorte, ma protagonista consapevole di una resistenza che seppe misurare il valore della vita contro l’ostinazione della rovina.
Ridurre tutto questo a una cornice “federiciana” significa compiere un’operazione culturale precisa: trasformare la distruzione in episodio, la deportazione in dettaglio, la resistenza in anomalia. Significa raccontare la storia ancora una volta dal punto di vista di chi impose l’ordine, e non di chi ne pagò il prezzo.
Questo libro nasce contro questa logica, e non per spirito di contrapposizione astratta.
Non per negare Federico II, ma per sottrargli ciò che non gli appartiene: la memoria di Celano. Non per riscrivere la storia in chiave consolatoria, ma per restituirle asprezza, conflitto e perdita.
La guerra di Celano non è un episodio minore della storia imperiale.
È una frattura profonda nella storia della Marsica e del Regno di Sicilia. È la dimostrazione che esistettero uomini e donne — Tommaso, Giuditta, il popolo celanese — che pagarono il prezzo massimo per non piegarsi completamente a un ordine che chiedeva obbedienza totale.
Raccontare questa storia significa scegliere da che parte guardare.
Questo libro sceglie di guardare dalla parte di chi perse tutto, tranne la dignità. E rifiuta, consapevolmente, di chiamare “celebrazione” ciò che continua a oscurare i vinti nel nome dei vincitori.
Giancarlo Sociali

TOMMASO Conte di CELANO
“Rappresentazione simbolica”
Capitolo I
– 1212: Due morti
La prima morte fu di carne. La seconda, d’ordine.
Quando il conte Pietro spirò, Celano non si spense in un grido; si spense in un silenzio. Il castello continuò a respirare come sempre — travi che scricchiolano, ferri che tintinnano, passi di servitù nei corridoi — ma a chi viveva lì sembrò che il respiro stesso avesse cambiato ritmo, come se la pietra avesse capito che qualcosa si era definitivamente incrinato.
Pietro di Celano — discendente dell’antica stirpe dei conti dei Marsi e signore di un territorio che univa la Marsica alle vie di passaggio tra Abruzzo e Regno — giaceva ora immobile, mentre intorno a lui la casa comitale prendeva lentamente coscienza di ciò che stava perdendo. Nella stanza alta, dove l’aria sapeva di legno antico e di medicina, le mani che avevano stretto pergamene, redini e spade erano abbandonate sulle lenzuola. Attorno, poche persone: i fedeli, un prete, qualche parente che aveva il diritto di essere lì e la paura di esserlo.
Tommaso non si muoveva. Stava vicino al letto con la stessa immobilità che si vede nei cavalli prima della tempesta: non è quiete, è tensione raccolta. In quei giorni aveva imparato a misurare il tempo non con le campane, ma con i respiri del padre.
Un respiro. Poi un altro.
Quando Pietro aprì gli occhi, lo fece a fatica, come se la luce avesse un peso. Guardò Tommaso. In quello sguardo non c’era dolcezza, ma qualcosa di più raro: l’urgenza di consegnare una regola prima che il mondo la cambiasse.
«Non fidarti… della cera», sussurrò.
Tommaso abbassò la testa, avvicinò l’orecchio. «Padre?»
Pietro inghiottì saliva, poi con uno sforzo che pareva già un ultimo atto di comando disse:
«I sigilli… sciolgono. Le montagne… no.»
Non era una frase poetica, ma una strategia. Quando Pietro spirò, il prete mormorò parole latine. Qualcuno fece il segno della croce. Tommaso non pianse. Non perché fosse privo di cuore: perché, in quella casa, piangere significava concedere tempo al dolore, e il dolore — se gli concedi tempo — si prende tutto.
Uscirono dalla stanza come si esce da una chiesa dopo una sepoltura: con il passo che non vuole disturbare i morti e invece disturba i vivi.
In sala grande il pane restò intatto. La tavola fu apparecchiata per dovere, non per fame. I servi parlavano a bassa voce, ma le voci erano ovunque, come fumo che entra dalle fessure.
«È morto il conte Pietro.»
«Dio l’abbia in gloria.»
«E adesso?»
La domanda non era soltanto chi governa. Era chi decide chi governa.
Perché nel 1212 non bastava più essere figlio.
Tommaso lo sapeva. Aveva visto il Regno trasformarsi in un campo dove papi e imperatori si contendevano non soltanto terre, ma il diritto stesso di nominare i potenti. Aveva visto baroni diventare fedeli e fedeli diventare traditori senza che cambiasse una sola pietra dei castelli: cambiavano i sigilli, cambiavano le parole nelle lettere, e con le parole cambiava il mondo.
Quella sera arrivò un messaggero. Non era sudato come chi porta buone notizie. Era pallido come chi ha corso per consegnare un pericolo.
«Messere Tommaso… notizie dalla via di Roma. Dicono che la politica di Ottone… che Ottone non regge più.»
Ottone di Brunswick non era un principe qualunque. Era stato incoronato imperatore con l’appoggio del papa dopo una lunga contesa per il trono germanico ed era divenuto il simbolo di un equilibrio fragile tra Impero e Chiesa. Ma quel patto si stava rompendo. Ottone aveva deluso Roma, aveva perso consenso in Germania e, soprattutto, aveva dimostrato di non saper tenere insieme i territori italiani.
Il messaggero abbassò la voce. «Si dice che in Germania… che si faccia il nome di Federico. Di Svevia.»
Un nome che in quei mesi correva come una moneta nuova: luccicante, ancora non consumata, e già desiderata da tutti.
Tommaso non rispose subito. Avrebbe voluto dire che i re cambiano sempre e le montagne restano. Ma ricordò l’ultima frase del padre: non fidarti della cera.
In quel momento, la cera era tutto.
Nell’ombra della sala, un uomo comparve senza annunciarsi. Non fece rumore come un servo; fece rumore come un’autorità. Aveva mantello scuro, mani pulite e sguardo dritto. Portava con sé la calma di chi ha già scelto il proprio ruolo.
Era Riccardo. Fratello di Tommaso. Aveva scelto un’altra strada. Non allora, ma negli anni successivi, si sarebbe recato a Roma per cercare riconoscimento presso l’Impero, presentandosi all’incoronazione di Federico II con l’intento di rivendicare un ruolo nella contea di Celano.

“Rappresentazione simbolica su sfondo della Celano antica – la famiglia di Tommaso”
Capitolo II
- La bilancia del Papa e l’ombra della Marca (1211–1215)
Se la morte di Pietro aveva lasciato un vuoto, la politica lo riempì subito. La politica non ama i vuoti: li considera inviti.
Nei mesi successivi, Tommaso imparò che la successione non si gioca solo con la forza, ma con la tempistica. Chi arriva primo alla corte giusta, chi parla con la bocca giusta, chi offre il dono giusto nel giorno giusto ottiene ciò che gli altri chiameranno “diritto”. In quell’epoca, il diritto non nasceva sempre dalla legittimità: spesso nasceva dalla precedenza.
Riccardo questo lo sapeva.
E Tommaso lo intuì quando lo vide preparare cavalli e uomini non per una campagna, ma per un viaggio.
«Vai a Roma», gli disse la mattina in cui Riccardo fece sellare i destrieri.
Riccardo non finse stupore. «Vado dove si decide. E tu dovresti fare lo stesso.»
Tommaso si avvicinò. Il gelo dell’inverno non si era sciolto, ma era quello dei rapporti a essere più duro.
«Non è Roma a decidere chi sono io.»
Riccardo trattenne un sorriso stanco. «È Roma a decidere se il mondo ti riconoscerà. E senza riconoscimento, il mondo ti mangerà.»
Tommaso non rispose. Guardò le mani di Riccardo: pulite, da uomo che maneggia pergamene più che zolle. Poi guardò le sue: segnate da armi, cavalli, pietra. Due modi di possedere. Due modi di restare in piedi mentre il tempo cambiava.
Quando Riccardo partì, Tommaso non provò sollievo. Provò ciò che si prova vedendo un uomo attraversare un fiume su un ponte di legno: la speranza che regga e la certezza che, anche se regge, dall’altra parte c’è un mondo che non controlli.
Il Papa: non un prete, un asse del mondo
In quell’epoca il Papa non era una figura lontana. Era una forza territoriale. E più Ottone IV perdeva peso, più il papato tendeva a diventare l’asse intorno a cui ruotava la legittimità.
Tommaso lo capì da un dettaglio che sembrava piccolo: i messaggeri iniziarono a portare notizie non più “dal re”, ma “dalla Curia”. La Curia parlava come parlano quelli che sanno di essere diventati arbitri.
Il nome che circolava era Onorio III. Un pontefice che preferiva mediare, pesare, contenere. Non un incendiario, ma un uomo di bilancia. E anche una bilancia, se tenuta troppo a lungo sopra la testa degli uomini, può schiacciare.
In quelle settimane Tommaso fece ciò che fanno i grandi signori quando non possono comparire di persona: iniziò a tessere una rete. Non sempre fatta di lettere. Talvolta di promesse. Talvolta di silenzi lasciati apposta, perché qualcun altro li riempisse.
Si disse — e Tommaso lo lasciò dire — che avesse l’appoggio della Curia. Non un sostegno esibito, ma quello che basta a far capire a un rivale che colpire un uomo “protetto” può costare caro.
La guerra non era ancora scoppiata.
Ma la pace aveva già messo l’elmo.
L’ombra della Marca
C’era però un’altra questione che scaldava il sangue più della successione: la Marca d’Ancona. Una vasta regione di confine, distesa tra Appennino e Adriatico, cerniera tra Regno, Impero e Stato della Chiesa. Governarla significava controllare strade, eserciti, passaggi commerciali e un potere che non dipendeva interamente da Celano.
Prima ancora che Pietro morisse, Ottone IV aveva promesso la Marca alla casa dei Celano. Un gesto politico: offrire una frontiera strategica a un alleato forte.
Ma i doni dei sovrani brillano più di quanto valgano.
Alla morte di Pietro, Tommaso ereditò non solo terre e uomini, ma un’ambizione che sembrava logica e invece era un tranello. Se la Marca spettava ai Celano, allora spettava anche a lui. E se spettava a lui, doveva prenderla.
Pensò che fosse una via di fuga. Un’uscita laterale dalla trappola di Celano. Ma la Marca era già contesa.
Il papato aveva investito Aldobrandino d’Este, uomo del Nord e figura di equilibrio, chiamato a chiudere definitivamente la partita. Per i Celano, la Marca divenne un campo di sconfitta.
Nel 1215 Tommaso provò ancora a prenderla. Provò come provano quelli che non accettano un “no”: con uomini, pressioni e la convinzione che la forza possa cambiare il diritto.
Non ci riuscì.
E quando un uomo non ottiene ciò che ritiene dovuto, spesso non rinuncia. Cerca un colpevole.
Il veleno che non si vede
Poi Aldobrandino morì.
«È morto l’Este», disse un cavaliere entrando con il mantello ancora umido.
«Morto come?»
«Dicono… di veleno.»
Il silenzio si fece denso. Il veleno è la spiegazione che i secoli amano di più: chiarisce tutto senza dimostrare nulla.
Voci lasciarono intendere che dietro quella fine potesse esserci la mano dei Celano. Non come fatto provato, ma come sospetto utile.
«Dicono… che sia stato il conte Tommaso.»
Tommaso rispose con calma: «Le voci sono come cani randagi. Se li nutri, ti seguono. Se li ignori, cercano un altro padrone.»
Ma comprese il vero pericolo: non l’accusa, bensì la sua utilità.
Molise: la scelta del terreno solido
La Marca era una palude. Più ti muovi, più affondi.
Tommaso scelse il Molise. E lì c’era Giuditta.
Non la incontrò in una scena romantica, ma come si incontrano le alleanze vere. Giuditta non era una pedina. Era un nodo.
«Tu vuoi essere conte senza chiedere», disse. «Ma il mondo nuovo ti costringerà a chiedere. O a combattere.»
«Io non chiederò.»
Giuditta annuì. «Allora combatterai.»
Non era una profezia. Era una diagnosi.
La bilancia si inclina
Mentre Tommaso consolidava il Molise, Riccardo cercava riconoscimenti a corte. Due strategie correvano in parallelo: una fatta di terra e uomini; l’altra di sigilli e parole pronunciate nei luoghi giusti.
Tommaso capì che la sua guerra non sarebbe stata solo contro eserciti, ma contro un ordine nuovo che avanzava senza rumore.
Quando rientrò, un messaggero lo attendeva.
«Riccardo ha trovato orecchie favorevoli.»
Tommaso annuì. «Lo so.»
«E voi?»
«Farò ciò che fa un conte quando il diritto gli viene negato: me lo costruirò con la forza. E lo farò sembrare inevitabile.»
Fu in quella frase che nacque il Tommaso che la storia avrebbe chiamato ribelle, e che il popolo avrebbe ricordato come l’uomo che non si inginocchiò.

“Rappresentazione simbolica”
Capitolo III
- Riccardo, il Cavaliere e l’immagine che uccide (1215–1220)
Il nome di Riccardo cominciò a circolare a Celano prima ancora che tornassero notizie certe delle sue azioni. Accade spesso così: l’eco precede il passo. E quando il passo arriva, trova un terreno già preparato.
Nei corridoi del castello, tra un cambio di guardia e l’altro, si diceva che Riccardo fosse stato visto a Roma. Qualcuno giurava di averlo incontrato nei pressi della Curia. Qualcun altro sosteneva che avesse parlato con uomini dell’Imperatore. Le versioni non coincidevano, ma tutte avevano un punto in comune: Riccardo si muoveva dove Tommaso non voleva andare.
Erano cresciuti negli stessi corridoi. Avevano imparato a camminare sulle stesse pietre, a misurare il silenzio degli stessi inverni. Ma avevano imparato due lingue diverse: Tommaso quella delle montagne, Riccardo quella delle corti.
Tommaso ascoltava senza commentare. Aveva imparato che le voci, come le frecce, non si giudicano solo per la precisione: si giudicano per la direzione.
Una sera, mentre il fuoco ardeva basso, Rainaldo di Aversa — già entrato nella cerchia dei fedeli — si permise una domanda diretta.
«Messere, Riccardo sta costruendo un’immagine. Un uomo che chiede giustizia. Un uomo che rispetta le forme.»
Tommaso sollevò appena lo sguardo. «E tu pensi che io non rispetti le forme?»
Rainaldo scelse le parole come si scelgono i passi su un ponte instabile. «Tu rispetti la forza. Lui rispetta il rito. E oggi, spesso, il rito pesa più della forza.»
Tommaso sorrise, ma non c’era ironia. «Il rito pesa finché qualcuno non lo spezza.»
L’uomo che va a Roma
Riccardo tornò a Celano dopo mesi, ma non tornò come era partito. Il suo mantello era più ricco. Le sue parole, più misurate. Portava con sé l’aria di chi ha visto il centro del mondo e ne ha imparato il linguaggio.
Si presentò senza clamore. Entrò nella sala grande e fece un inchino che non era sottomissione, ma cortesia studiata.
«Tommaso.»
«Riccardo.»
Per un momento parvero due uomini uguali. Poi Riccardo parlò.
«Roma è inquieta», disse. «Ottone è finito. Federico cresce. E la Curia osserva.»
Tommaso non lo interruppe. Voleva sentire fino in fondo quella musica.
«In questi tempi non basta tenere un castello», continuò Riccardo. «Bisogna essere riconosciuti. Io ho presentato le mie ragioni.»
Tommaso si appoggiò al tavolo. «Le tue ragioni contro le mie.»
Riccardo non negò. «Contro il caos. Contro una guerra fratricida.»
La parola fratricida cadde come una moneta falsa: suonava bene, ma non aveva valore. Perché entrambi sapevano che non stavano scegliendo la pace: stavano scegliendo chi avrebbe raccontato la guerra.
«E cosa ti hanno risposto?» chiese Tommaso.
Riccardo fece una pausa. «Mi hanno ascoltato.»
Era abbastanza.
Tommaso comprese che il conflitto non sarebbe stato solo armato. Sarebbe stato narrativo. Chi impone la propria storia vince metà della guerra prima ancora di combatterla.
Un nome che si moltiplica
In quei mesi, tra pergamene e cronache, cominciò a emergere una confusione destinata a tormentare i posteri. Accanto a Riccardo, fratello di Tommaso e uomo reale, presente e attivo, iniziò a comparire nelle carte un altro Riccardo di Celano.
Non era chiaro chi fosse. In alcuni atti sembrava un uomo distinto, in altri una semplice variante di nome. Più che una persona, appariva come una possibilità giuridica evocata quanto bastava per creare ambiguità. E l’ambiguità, in quel tempo, era uno strumento politico.
La comparsa — reale o costruita che fosse — serviva a uno scopo: moltiplicare i diritti. Quando i nomi si moltiplicano, il sangue diventa meno distinguibile. E quando il sangue non è più chiaro, il potere centrale trova spazio. La divisione, infatti, è sempre un’occasione.
Tommaso lo comprese leggendo una lettera giunta una mattina d’inverno. Il sigillo contava poco; contava ciò che conteneva: si diceva che altri, della medesima casa, rivendicassero il contado.
Tommaso strappò la pergamena con un gesto secco. «Quando i nomi si ripetono», disse a Giuditta, «è perché qualcuno vuole che la nostra storia non abbia più un volto preciso.»
Giuditta annuì. «E quando il volto si confonde, governa chi scrive.»
Fu allora che Tommaso prese una decisione silenziosa: non avrebbe permesso che la sua vicenda fosse scritta da altri, né alla Curia, né negli scriptoria, né nelle immagini.
Il cavaliere e la profezia
C’era poi un’altra storia che correva, più sottile e più inquietante. Si parlava di un cavaliere di Celano incontrato da Francesco d’Assisi: un uomo potente, destinatario di un ammonimento, di una morte annunciata, di un segno.
A poco a poco qualcuno cominciò a dire che quel cavaliere fosse Riccardo. Non il nome moltiplicato delle carte, ma proprio Riccardo, il fratello. Non c’erano prove, ma non servivano. Le immagini, più delle prove, costruiscono memoria.
Anni dopo Giotto avrebbe fissato quella scena sulle pareti della Basilica Superiore di Assisi. Ma prima ancora dell’affresco l’idea lavorava come un tarlo: Riccardo come cavaliere ammonito, Riccardo come uomo segnato, Riccardo come figura destinata a un destino letto prima ancora di essere vissuto.
Tommaso ascoltò quel racconto una sera, da un frate, attraversando un borgo.
«E tu ci credi?» chiese.
Il frate esitò. «Io credo che le storie trovino sempre un volto.»
Tommaso comprese allora il pericolo. Se Riccardo diventava un simbolo, lui rischiava di diventare l’opposto: l’uomo senza immagine, il ribelle senza aura, colui che resta fuori dal racconto sacro. E in un mondo che stava imparando a credere più alle immagini che agli uomini, quella era una condanna lenta.
L’incoronazione che si avvicina
La notizia prese forma come prendono forma le cose inevitabili: Federico sarebbe stato incoronato Imperatore. Il suo progetto di centralizzazione non tollerava autonomie irrisolte; e ormai era chiaro che la vicenda di Celano sarebbe stata decisa dentro quell’orizzonte.
Roma si preparava. I conti del Regno disponevano doni, le delegazioni si organizzavano: tutti sapevano che non presentarsi equivaleva a scomparire. Riccardo fu tra i primi a dichiarare che sarebbe andato.
«È un dovere», disse. «Un atto di lealtà.»
Tommaso ascoltò senza interrompere, poi pronunciò una frase che fece gelare l’aria.
«Io non andrò.»
Il silenzio calò nella sala come una lama. Qualcuno mormorò che fosse follia, qualcun altro parlò di orgoglio. Giuditta non disse nulla e guardò Tommaso come si guarda un uomo che sta scegliendo una strada da cui non si torna.
«Non vado», ripeté lui, «perché la mia presenza sarebbe una confessione. Confesserei che l’Impero decide chi sono.»
Rainaldo tentò l’ultima mediazione: disse che allora avrebbe potuto mandare qualcuno al suo posto.
Tommaso annuì. «Manderò mio figlio.»
Giuditta chiuse gli occhi per un istante e comprese subito il peso di quella scelta, che teneva insieme ostaggio e promessa, protezione e rischio. Riccardo, invece, sorrise appena.
«Roma apprezzerà la mia presenza», disse. «E noterà la tua assenza.»
Tommaso lo fissò senza rabbia. «Roma nota tutto», rispose, «ma non sempre capisce.»
L’immagine che uccide
Quando Riccardo partì per Roma, portava con sé doni, parole e una narrazione già pronta: io sono il conte che rispetta l’Impero. Quando Tommaso rimase, consolidò uomini, castelli e alleanze locali. Costruiva potere reale, non riconoscimento.
Due strategie, due tempi, due fratelli cresciuti nella stessa casa e ormai separati da idee incompatibili di futuro.
Una sera Giuditta parlò senza giri di parole. «Se Riccardo ottiene l’appoggio dell’Imperatore, la guerra sarà inevitabile.»
Tommaso rispose con una calma che non era rassegnazione, ma lucidità. «La guerra è già iniziata. Solo che per ora combattono le parole.»
Fu allora che comprese il vero significato del pericolo. Non era Riccardo come uomo. Era Riccardo come immagine. L’uomo poteva essere contrastato, forse anche battuto. L’immagine, una volta fissata, no.
E mentre Roma si preparava all’incoronazione, Tommaso sentì che il tempo delle mediazioni stava finendo. Presto il conflitto avrebbe smesso di essere questione di sigilli e di frasi ben pronunciate. Sarebbe diventato ferro, fuoco e fame.
E allora non avrebbe più contato chi era stato ascoltato alla Curia, né chi sarebbe rimasto sulle pareti di una basilica, ma chi avrebbe retto sulle mura quando le mura fossero state davvero messe alla prova.
Rappresentazione simbolica dell’incoronazione di Federico II”

Capitolo IV –
- L’incoronazione e l’assenza (1220)
Roma, novembre.
La città non aveva mai dimenticato come si accoglie un imperatore: lo faceva con il peso dei secoli. Le strade erano un intreccio di stoffe, di armi lucidate, di voci che parlavano lingue diverse. I palazzi sembravano osservare il passaggio degli uomini come si osservano onde destinate a infrangersi.
Roma non era soltanto una città: era una macchina di riconoscimenti. Ogni arco, ogni piazza, ogni gradino della basilica sapeva trasformare un uomo in un titolo, una promessa in un giuramento, un gesto in una catena.
Federico II entrò in Roma come chi non chiede permesso alla storia, ma la interroga. Aveva negli occhi la sicurezza di chi sa leggere il mondo come un testo e correggerlo a margine. “Non era soltanto un sovrano: con lui arrivava un ordine.”
La folla vide il manto, vide le insegne, vide le scorte armate; ma chi sapeva davvero guardare vide altro: vide la calma di un giovane che portava già in sé il diritto di punire. “Un imperatore appena fatto ha bisogno di due cose: una corona e un esempio.” La corona gli era stata preparata; l’esempio, lo avrebbe scelto.
Attorno a lui, i conti del Regno si disposero come pezzi su una scacchiera. Ciascuno portava doni, promesse, fedeltà pronunciate ad alta voce. E ciascuno, nel farlo, cercava di farsi vedere.
Non era pietà ciò che offrivano, ma presenza. In quella sala non contava soltanto ciò che davi: contava che ti si vedesse dare.
Tra loro c’era Riccardo di Celano.
Arrivò con un seguito ordinato, senza eccessi. Non voleva stupire: voleva rassicurare. Consegnò i doni con il gesto di chi sa che l’importante non è il valore dell’oro, ma il significato del gesto. Poi chiese udienza.
Quando parlò, parlò come parlano gli uomini che vogliono sembrare necessari.
«Maestà», disse, «io vengo a rendere omaggio e a chiedere giustizia.»
Federico lo guardò come si guarda un uomo interessante, ma non ancora decisivo. Uno strumento possibile. Una voce utile. Non un cardine.
«Parla.»
Riccardo parlò della casa di Celano, della morte di Pietro, delle incertezze. Parlò di successioni che avevano bisogno di forma e non solo di sangue. Parlò di fedeltà che dovevano essere riconosciute, non supposte. Parlò di un fratello — o parente — che si ostinava a governare senza investitura.
Non accusò apertamente ma suggerì.
E lasciò che fossero le parole a fare ciò che spesso fa la politica: trasformare una tensione in un caso.
Federico ascoltava. Non prendeva appunti. Ma registrava.
Quando Riccardo finì, Federico fece un cenno appena percettibile. «Ho compreso.»
Era una risposta che non prometteva nulla e, proprio per questo, prometteva tutto.
Perché “ho compreso” non significava: ti aiuterò.
Significava: adesso ho un nome su cui esercitare la mia sovranità.
L’assenza che pesa
Mentre Roma si riempiva di conti e cavalieri, un’assenza cominciò a diventare evidente.
Tommaso di Celano non c’era.
All’inizio qualcuno pensò a un ritardo. Poi a una malattia. Poi alla prudenza. Infine, alla verità più pericolosa: non sarebbe venuto.
E un’assenza, in certe stanze, diventa più rumorosa di una sfida.
Federico se ne accorse non perché qualcuno glielo disse, ma perché l’assenza di certi uomini fa eco. E quando un conte non si presenta a un’incoronazione imperiale, non è una dimenticanza: è una dichiarazione.
«Dov’è il conte di Molise?» chiese Federico a bassa voce, durante una pausa, come se stesse parlando di una pedina e in realtà parlasse di una frontiera.
Un funzionario rispose: «Maestà… ha mandato suo figlio.»
Federico alzò appena un sopracciglio. Un gesto minimo, ma carico di significato.
«Il figlio?»
«Sì, sire. Come segno di rispetto.»
Federico sorrise.
Non un sorriso di piacere. Un sorriso di calcolo.
Perché quel gesto era una frase scritta con il sangue: ti riconosco abbastanza da non dichiararmi nemico, ma non abbastanza da inchinarmi.
E l’ambiguità, per un imperatore che voleva ordine, era intollerabile.
Il figlio come moneta
Il giovane entrò nella sala con passo incerto ma dignitoso. Portava il nome dei Celano e il peso di un gesto che non aveva scelto. I suoi occhi cercavano appoggi come cerca appoggi un uomo che sa di essere usato come prova.
Si inchinò. Pronunciò parole preparate: fedeltà, rispetto, sottomissione formale. Disse ciò che doveva dire, e lo disse bene. Troppo bene.
Federico lo ascoltò con attenzione gentile, quasi paterna. Gli fece domande semplici. Da dove venisse. Chi lo avesse istruito. Cosa pensasse dell’Impero.
Il giovane rispose come gli era stato insegnato.
E Federico, mentre lo ascoltava, non stava interrogando un ragazzo: stava misurando un padre.
Poi tacque. Ma nel suo silenzio c’era già una conclusione: quel ragazzo era una moneta. E le monete servono a comprare tempo. Ma il tempo, in politica, non è mai neutro: o ti salva, o ti tradisce.
In quel momento Federico comprese ciò che Riccardo non aveva osato dire apertamente: Tommaso non riconosceva pienamente l’autorità imperiale.
Mandare il figlio era un gesto ambiguo: abbastanza per non dichiararsi nemico, troppo poco per dirsi fedele.
E Federico non amava la penombra: voleva luce o ombra netta, obbedienza o colpa.
Celano, lontana
Mentre a Roma si distribuivano favori e sguardi, a Celano la vita continuava come prima, ma con una tensione nuova. Tommaso non ignorava ciò che stava accadendo. Ogni giorno arrivavano notizie: chi era stato visto, chi aveva parlato, chi aveva promesso.
Notizie che parevano leggere, e invece erano pesi.
Giuditta osservava il marito senza intervenire. Conosceva la differenza tra impulsività e decisione. Sapeva che quella scelta — non andare — era stata presa con lucidità. Ma sapeva anche che avrebbe avuto un prezzo.
Una sera, seduti nella sala alta, Giuditta parlò.
«Federico non ama le mezze misure.»
Tommaso annuì. «Lo so.»
«E Riccardo si è fatto vedere.»
«Lo so.»
«Allora perché?» chiese lei, senza rimprovero. Solo per misurare il terreno sotto i piedi.
Tommaso guardò verso le finestre, oltre le quali la Marsica si stendeva come una promessa antica.
«Perché, se mi fossi presentato», disse, «avrei accettato che il mio potere dipendesse da una parola pronunciata a Roma. E quel giorno, Giuditta, avrei smesso di essere Conte nelle montagne per diventare uomo di carta e di sigilli.»
Giuditta rimase in silenzio. Poi disse: «E ora?»
Tommaso si voltò verso di lei. «Ora Federico dovrà scegliere. O finge di riconoscermi, o mi usa per far capire agli altri che qui non si sta in piedi.»
Giuditta comprese che quella scelta, fatta lontano da Roma, aveva già trasformato una tensione politica in una guerra annunciata.
Perché un imperatore appena incoronato ha bisogno di un ordine visibile.
E un uomo che resta in piedi mentre tutti si inchinano, diventa un problema da risolvere.
La goccia che trabocca
Quando l’incoronazione si concluse, Federico II era Imperatore. E come tutti gli imperatori appena incoronati, aveva bisogno di un gesto che dimostrasse che il nuovo ordine non era una formula, ma una forza.
Riccardo aveva fatto tutto ciò che ci si aspettava da un vassallo. Tommaso, invece, aveva fatto ciò che nessun vassallo avrebbe dovuto fare: restare.
Federico non pronunciò subito una condanna. Non ne aveva bisogno. Si limitò a prendere nota. Perché l’Impero non colpisce sempre subito. Talvolta lascia che il tempo maturi il pretesto.
A Celano, Tommaso sentì il peso di quella scelta come si sente un temporale prima che scoppi: nell’aria, negli animali, nel silenzio improvviso.
Quella notte, salì di nuovo sulla torre. Guardò le luci sparse nei villaggi. Pensò a suo padre. Pensò a Riccardo. Pensò al figlio che aveva mandato a Roma come scudo.
Poi disse piano, come si parla alla pietra quando la pietra è l’unica testimone degna:
«Se verranno, non verranno per parlare.»
Contrappunto
“L’Impero non odiava Celano. Non ne aveva bisogno.” E non temeva Tommaso per ciò che possedeva. Celano doveva cadere per ciò che rappresentava.
In un Regno che stava diventando sistema, legge, amministrazione, Celano era ancora memoria armata: una contea che si reggeva sul consenso delle montagne, sulla fedeltà personale, su un potere che non passava interamente dai sigilli.
Finché Celano restava in piedi, esisteva un’altra idea di sovranità.
E un impero non può permettersi due idee di potere nello stesso spazio.
Per questo l’assenza di Tommaso non fu letta come un’offesa.
Fu letta come una sfida strutturale. E le sfide strutturali, prima o poi, vengono eliminate.

“Rappresentazione simbolica su foto di Roccamandolfi”
Capitolo V
– Il primo urto (1221)
La guerra non iniziò con una dichiarazione; iniziò con una rottura, e all’inizio nessuno seppe dire dove.
Fu come quando una trave cede nel cuore di una casa: all’esterno tutto sembra ancora intatto, e solo chi ci vive sente che qualcosa non regge più.
Nel 1221, il mondo dei Celano si spezzò senza clamore, senza proclami. Bastò che una città smettesse di rispondere.
Le prime notizie arrivarono frammentarie, portate da uomini che avevano corso troppo e capito poco, più attenti a salvarsi che a spiegare.
«Bojano…» disse il messaggero, fermandosi sulla soglia della sala grande. «Bojano non risponde più.»
Tommaso alzò lo sguardo lentamente. «Non risponde a chi?»
«A voi, messere.»
Era una frase semplice, detta quasi senza enfasi, eppure conteneva il segnale più chiaro che l’ordine antico si fosse spezzato.
Bojano volta bandiera
Bojano non era una città qualsiasi. Era una cerniera: tra Molise e Regno, tra montagna e pianura, tra fedeltà personale e obbedienza imperiale. Chi teneva Bojano teneva il respiro del territorio, e sapeva quando chiuderlo.
I baroni molisani — gli stessi che fino a pochi mesi prima avevano giurato fedeltà a Tommaso — avevano scelto diversamente. Non all’improvviso. Avevano osservato, ascoltato, aspettato.
Si dissero che Tommaso aveva sfidato Federico.
Si dissero che Riccardo parlava a Roma.
Si dissero che il tempo delle mezze misure era finito.
Quando le truppe imperiali si presentarono davanti alle mura, la città cedette senza vero assedio. Le porte si aprirono come si aprono quando chi sta dentro ha già deciso che resistere costerebbe più che piegarsi.
La rocca, invece, rimase chiusa.
Giuditta nella rocca
Giuditta non esitò. Raccolse i figli, la servitù fedele, le provviste rimaste. Fece chiudere i portoni, rinforzare le scale, distribuire le armi una per una. Non alzava la voce. In quei momenti la sicurezza nasce dalla precisione, non dall’enfasi.
Dalla torre guardò Bojano occupata. Vide i vessilli nuovi sventolare nel vento come ferite ancora aperte. Vide uomini che conosceva abbassare lo sguardo, non per odio, ma per paura.
Un castellano le si avvicinò. «Madonna… se attaccano?»
Giuditta non distolse lo sguardo. «Non attaccheranno subito.»
«Perché?»
«Perché aspettano che cediamo. E io non cederò.»
Non era una frase detta per farsi ascoltare. Era memoria.
Da bambina, Giuditta aveva visto suo padre rifugiarsi a Roccamandolfi dopo la sconfitta del 1196. Aveva imparato allora che una rocca non vince con la forza, ma con il tempo. E che chi resiste costringe l’altro a mostrarsi per ciò che è.
Roccamandolfi: la scelta di Tommaso
Quando la notizia raggiunse Tommaso, non tentò di correre a Bojano. Sarebbe stato inutile: la città era già perduta.
Capì che la guerra non si vince cercando di salvare tutto. Alcune cose, semplicemente, vanno lasciate andare.
Scelse Roccamandolfi.
Con pochi uomini fidati lasciò Celano e si diresse verso quel fortino che dominava la valle come un dente di pietra. Roccamandolfi non era solo un castello: era una posizione, un segnale. Dire “sono a Roccamandolfi” significava dire che non avrebbe chiesto tempo: lo avrebbe preso.
Quando arrivò, non promise vittoria. Promise ordine: turni, silenzi, uomini svegli prima dell’alba.
«Qui resisteremo», disse. «Non per gloria. Per restare vivi.»
L’assedio che non c’è
Per giorni, poi per settimane, non accadde nulla. La rocca di Bojano restava isolata, mentre gli uomini sotto le mura urlavano minacce senza salire. Sapevano che un assalto avrebbe avuto un prezzo alto e che, all’inizio di una guerra, le vite si spendono con cautela.
Giuditta osservava e comprendeva. Il tempo, più delle armi, stava diventando lo strumento dell’assedio. Le giornate si ripetevano uguali, segnate da gesti minimi: controllare le scorte, contare i passi, tenere insieme le persone senza chiedere eroismi.
Un giorno, un messaggero riuscì a entrare.
«Madonna», disse a bassa voce, «il conte è a Roccamandolfi.»
Giuditta chiuse gli occhi per un istante, non per paura ma per sollievo. Sapere dove fosse Tommaso significava sapere che la guerra non era ancora diventata cieca.
«Digli», disse infine, «che io resisto.»
Il ritorno del conte
Tommaso non attese che Giuditta morisse di fame. Scese da Roccamandolfi di notte, come fanno quelli che conoscono il terreno e non hanno bisogno di essere visti. Lungo il cammino raccolse uomini, pochi alla volta, colpendo dove non se lo aspettavano.
Non cercò una battaglia aperta. Cercò un colpo breve.
I baroni molisani schierati con l’Impero furono travolti prima ancora di capire: linee spezzate, viveri sottratti, ordini che non arrivavano più. Da lì Tommaso entrò in Bojano come entra il fuoco, senza fermarsi.
La città fu messa a ferro e fuoco. Non per furia. Perché restasse memoria.
Giuditta fu liberata, i figli tratti in salvo, le provviste caricate in fretta. Non ci furono parole inutili.
«Via», disse Tommaso. «Ora.»
Roccamandolfi, di nuovo
Fuggirono verso Roccamandolfi con ciò che potevano portare. La rocca li accolse come un luogo che sa di dover reggere a lungo. Dalla torre, Giuditta guardò la vallata mentre il fumo di Bojano saliva ancora.
«Questo», disse piano, «lo pagheremo.»
Tommaso annuì. «Lo so.»
E infatti lo pagarono.
La notizia dell’incendio giunse a Federico II come una sfida aperta. Non era più una questione di assenze o di fedeltà ambigue: era una ribellione armata. Federico reagì come reagiscono gli imperatori veri, senza fretta e senza rabbia. Mise in moto la macchina.
Mandò Teodino da Pescolanciano, giustiziere imperiale, uomo di carte e decreti, incaricato di svuotare il territorio prima ancora di combatterlo. E mandò Tommaso di Acerra, conte e maestro giustiziere di Puglia e Terra di Lavoro, soldato cresciuto nella disciplina dell’Impero, con un compito che non ammetteva equivoci.
Schiacciare.
Così, mentre Roccamandolfi si preparava all’assedio, mentre Giuditta organizzava la resistenza e Tommaso studiava il terreno, la guerra cambiava natura. Non era più una disputa tra signori, né una frattura interna alla casa dei Celano.
Era diventata una guerra contro l’Impero, e nessuno fingevano più che non fosse così.

“Dipinto d’epoca ritraente Federico II”
Capitolo VI
L’Impero scende in campo (1221–1222)
Dopo Bojano la guerra cambiò volto.
Fino a quel momento era stata una contesa di uomini che si conoscevano: baroni che avevano bevuto allo stesso tavolo, castelli che si osservavano da collina a collina, offese che potevano ancora essere ritirate. Dopo l’incendio, qualcosa si spezzò. La guerra smise di essere un affare tra pari e diventò una questione di Stato.
Federico II non reagì con impeto. Reagì come reagiscono gli uomini che governano strutture: scompose il problema e lo affidò alle mani giuste.
I giustizieri
Il primo a muoversi fu Teodino da Pescolanciano.
Non arrivò con stendardi spiegati, ma con registri, decreti e sigilli. Il suo compito non era vincere battaglie, ma svuotare il campo.
Nei villaggi molisani si presentava senza alzare la voce. Diceva soltanto:
«Per ordine della Magna Curia, questa infeudazione è revocata.»
Non minacciava e non spiegava. Eppure ogni parola cadeva come una lama. Revocare un feudo significava togliere a un uomo non solo la terra, ma il diritto di comandare, di essere seguito, di parlare in nome di altri. Significava ridurlo a individuo sotto lo sguardo dell’Impero.
Tommaso lo seppe quasi subito. Gli giunsero notizie di uomini che avevano giurato fedeltà e ora giuravano il contrario. Non per convinzione, ma per restare in piedi.
Giuditta annotava i nomi con mano ferma.
«Non dimenticarli», disse.
Tommaso scosse il capo. «Non servirà.»
«Perché?» chiese lei.
«Perché l’Impero non combatte solo con la spada.»
Giuditta annuì. «Combatte con il tempo.»
Tommaso di Acerra
Poi arrivò Tommaso di Acerra.
Non era un improvvisato né un uomo d’azzardo. Era un conte e maestro giustiziere di Puglia e di Terra di Lavoro, cresciuto dentro l’ordine imperiale. Conosceva le pianure e le montagne, il peso delle marce lunghe e il ritmo degli assedi.
Quando entrò nella Bojano riconquistata lo fece senza fretta. Ristabilì guarnigioni, fece giurare fedeltà, ricostruì quanto bastava. Non per restituire la città ai suoi abitanti, ma per trasformarla in una base. Poi volse lo sguardo a nord, verso Roccamandolfi.
La rocca che non cede
Roccamandolfi appariva dall’alto come un animale accovacciato.
Le sue mura non promettevano bellezza, promettevano resistenza. Tommaso e Giuditta sapevano che l’assedio sarebbe arrivato. Non sapevano quando. E l’attesa, in guerra, consuma più dell’urto.
Giuditta organizzò turni, razioni, silenzi. Si occupava dei dettagli perché sapeva che le rocche cadono prima per disordine che per forza. Una sera un soldato le disse:
«Madonna, non cederemo.»
Giuditta lo guardò senza durezza. «Non dire non cederemo. Di’ piuttosto: oggi resistiamo. Il domani si guadagna ogni giorno.»
Tommaso, intanto, studiava il terreno. Sapeva che la rocca non poteva essere presa facilmente. Ma sapeva anche che, se l’Impero avesse deciso di stringere davvero, il tempo — la stessa arma che li proteggeva — avrebbe potuto voltarsi contro di loro.
L’Imperatore in persona
Nel febbraio del 1222 accadde ciò che pochi avevano previsto.
Federico II arrivò di persona sotto le mura di Roccamandolfi.
Non lo fece per necessità militare. Lo fece per esempio. Quando un Imperatore si presenta a un assedio, il messaggio è chiaro: questa non è una rivolta qualunque.
Il campo imperiale si distese nella vallata con tende, uomini e cavalli. Ma il terreno era ostile: scosceso, pietroso, battuto dalla pioggia. I falò si spegnevano sotto l’acqua, il fango entrava nelle scarpe, la notte calava presto.
Dalla rocca Giuditta osservava senza paura. Capì che il tempo poteva ancora giocare a loro favore.
Tommaso, invece, comprese altro: se l’Imperatore fosse rimasto, la rocca sarebbe diventata una trappola.
La fuga
Fu una notte di nebbia.
La pioggia cadeva senza interruzione, tuoni e lampi coprivano ogni rumore. I sentieri che per un forestiero erano invisibili, per Tommaso erano memoria.
Con pochi uomini fidati uscì dalla rocca.
Non lasciò proclami. Lasciò ordini.
«Resisti», disse a Giuditta. «Io tornerò.»
Giuditta non lo fermò. Non pianse e non lo benedisse ad alta voce. Sapeva che, se Tommaso fosse rimasto, la guerra sarebbe finita lì.
Quando Federico seppe della fuga comprese di essere stato beffato. Ma non inseguì subito. Altri disordini — i Saraceni in Sicilia — lo costrinsero a una scelta più grande. Partì. E lasciò il comando a Tommaso di Acerra.
La Marsica, ultima fiamma
Dopo la partenza dell’Imperatore, Tommaso non si nascose.
Con l’aiuto del cognato Rainaldo di Aversa raccolse nuove forze, si stabilì a Ovindoli e da lì mosse come un incendio che conosce il vento.
Riconquistò Celano. Disperse l’esercito imperiale impegnato contro la Torre. Colpì, devastò, saccheggiò. Non per ferocia gratuita, ma per dimostrare che l’Impero non era invincibile nelle montagne.
Per un breve momento la Marsica tornò a credere.
Ma ogni vittoria attirava nuove truppe, e Tommaso lo sapeva. Guardò le sue terre e disse:
«Ora verranno con tutto. Noi resisteremo finché resisterà la montagna.»
Anche la montagna, però, può essere accerchiata.
E mentre Giuditta restava chiusa a Roccamandolfi con il figlio, e la speranza diventava una scorta da dosare, la guerra entrava nella sua fase più dura. Il tempo delle scaramucce era finito.
Cominciava il tempo delle scelte irreversibili.

“Rappresentazione simbolica dell’assedio di Celano”
Capitolo VII
– L’accerchiamento (1222–1223)
La guerra, quando non riesce a vincere, stringe.
E quando stringe non colpisce soltanto il nemico, ma tutto ciò che gli sta intorno. Dopo la fuga di Tommaso e il ritorno dell’Imperatore verso sud, il conflitto entrò nella sua fase più crudele. Non quella dello scontro aperto, ma dell’accerchiamento lento, in cui ogni giorno sottrae qualcosa e ogni decisione pesa come un taglio.
Non avanzava più come un’onda improvvisa. Avanzava come una morsa che si chiude senza fretta, lasciando ogni volta meno spazio al respiro.
La rocca che divora il tempo
A Roccamandolfi il tempo smise di essere un’unità astratta.
Divenne pane, acqua, respiro.
Giuditta governava la rocca come si governa una nave in mare cattivo: nessun gesto inutile, nessuna parola superflua. I viveri erano contati. L’acqua razionata. I turni di guardia serrati. La notte era silenziosa non per paura, ma per disciplina: il silenzio serviva a non consumare forza.
Ogni mattina saliva sulla torre più alta. Guardava la vallata e cercava segni: un fumo nuovo, un movimento diverso, un vuoto dove prima passava qualcuno. Sapeva che l’assedio vero non era ancora cominciato. Sapeva anche che sarebbe arrivato, e che non avrebbe chiesto il permesso.
Un giorno un soldato le chiese, con la voce di chi non domanda per curiosità ma per resistere un altro giro di notte:
«Madonna, quanto ancora?»
Giuditta lo guardò senza durezza.
«Quanto serve.»
Non era una promessa. Era una constatazione.
Celano riconquistata, Celano segnata
Intanto, nella Marsica, Tommaso aveva fatto ciò che sapeva fare meglio: colpire.
Da Ovindoli piombò su Celano. Disperse le truppe imperiali impegnate contro la Torre. Uccise, catturò, ricacciò indietro gli assedianti. Per un momento — breve come un respiro profondo — parve che la bilancia potesse tornare in equilibrio.
Ma l’Impero non dimentica le offese.
Le annota.
Le truppe disponibili nel nord del Regno si concentrarono rapidamente. Sotto il comando di Tommaso di Acerra, dell’abate Stefano di Montecassino e dell’arcivescovo Rainaldo di Capua, la guerra cambiò volto. Dal Molise si spostò definitivamente nella Marsica.
Celano divenne il centro.
E tutto ciò che le stava intorno, bersaglio.
Non bastava affamare le mura. Bisognava affamare i sentieri, i fienili, le strade, le mani che portavano farina e sale. Ogni villaggio che dava riparo diventava colpevole. Ogni casa che offriva pane diventava complice.
Paterno in fiamme
Fu allora che Tommaso decise di colpire Paterno.
Non per crudeltà cieca, ma per necessità. Paterno aveva scelto l’Impero. Apparteneva alla contea di Albe, fedele a Federico II. Era un nodo di rifornimento, un segnale di obbedienza nel cuore della Marsica.
Tommaso non poteva permetterlo.
Le fiamme salirono rapide. Il fuoco divorava ciò che il tempo aveva costruito lentamente. Le grida si confondevano col crepitio del legno. Gli uomini correvano senza sapere dove. Le donne stringevano i figli come se il corpo fosse l’unico muro rimasto. I vecchi restavano indietro — non per scelta, ma perché il corpo, a una certa età, smette di obbedire anche alla paura.
Tommaso non si fermò alla distruzione.
Prese ciò che serviva: grano, bestiame, viveri.
Celano doveva resistere.
E ogni pane sottratto all’Impero era un giorno guadagnato.
Ma quel giorno la Marsica comprese una verità che non avrebbe più dimenticato: la guerra non avrebbe risparmiato nessuno. Né chi bruciava, né chi veniva bruciato. Né chi comandava, né chi subiva.
La risposta imperiale
L’incendio di Paterno segnò il punto di non ritorno.
Tommaso di Acerra giunse con nuove truppe. Le strade furono chiuse, i rifornimenti intercettati, i villaggi posti davanti a una scelta che non lasciava spazio all’onore: nutrire il conte o sopravvivere all’Impero. E quando un villaggio è costretto a scegliere, sceglie con la fame.
Non esisteva più neutralità.
Chi stringe un accerchiamento non mira soltanto alla resa del nemico, ma alla resa del mondo che lo circonda.
Fu durante questa fase che morì l’arcivescovo di Capua. Figura di primo piano della Chiesa del Regno, uomo chiamato a mediare tra la forza delle armi e l’ordine ecclesiastico. La sua morte avvenne nel pieno della campagna. Qualcuno parlò di stenti, altri di malattia, altri ancora di un segno divino.
Nulla venne chiarito.
E nulla si fermò.
Anzi, la guerra si fece più dura. La scomparsa di un uomo di Chiesa non scioglie un comando militare: lo irrigidisce. Toglie mediazioni, elimina esitazioni, rende l’azione più fredda.
Tommaso comprese allora che l’accerchiamento non era soltanto militare. Era politico. Era simbolico. Federico II non cercava solo la vittoria: voleva dimostrare che nessun potere locale poteva opporsi all’Impero senza che il prezzo fosse collettivo.
Giuditta, la fame e la scelta
A Roccamandolfi l’inverno tornò senza annunci.
L’ultima capra fu macellata in silenzio. Il foraggio si esaurì. Nella rocca calò una fame che non faceva rumore.
Gli uomini non si lamentavano, ma Giuditta sapeva leggere i volti. Non era la paura della morte a dominarli, ma la stanchezza di chi attende una decisione e intuisce che quella decisione non potrà più essere rimandata.
Ogni sera convocava i capi della guarnigione. Non cercava conforto né opinioni, ma numeri. Ascoltava, annotava, faceva scorrere i giorni nella mente come si fa con una corda che sta per spezzarsi.
Finché, una sera, le risposte tracciarono una linea netta.
Giuditta comprese allora ciò che pochi comandanti accettano davvero: resistere oltre un certo limite non è eroismo. È spreco di vite.
Quella notte restò sola nella cappella della rocca. Non pregò per la vittoria. Pregò per la scelta giusta. Per la dignità che resta quando non si può vincere. Per il coraggio di salvare uomini invece di offrirli all’orgoglio.
La resa della contessa
Quando Tommaso di Acerra fece recapitare un salvacondotto per Giuditta, per i figli, per la servitù e per i beni, Giuditta comprese che l’Impero stava cambiando registro. Non cercava più di spezzare la rocca con la forza, ma di usarla come strumento.
Accettò senza esitazioni.
Non come sconfitta, ma come atto di comando.
Uscì da Roccamandolfi senza catene, portando con sé i figli. Gli uomini la seguirono in silenzio. Alle loro spalle la rocca rimase vuota, come una bocca che aveva parlato troppo a lungo e ora non aveva più nulla da dire.
Condotta alla presenza di Federico II, sostenne il suo sguardo senza abbassare gli occhi.
«Madonna», le chiese l’Imperatore, «perché resistere così a lungo?»
Giuditta rispose senza esitazione:
«Perché mio marito non è uomo da arrendersi. E qualcuno doveva tenere aperto il tempo.»
Federico tacque. In quell’istante comprese che quella donna non era un trofeo, ma una comandante. E capì anche che rappresentava l’ultima leva rimasta per piegare Tommaso.
Trattare per non distruggersi
Federico chiese a Giuditta di parlare al marito. Non come prigioniera, ma come mediatrice.
Quando Tommaso seppe che la moglie e il figlio erano sotto controllo imperiale, comprese che la guerra aveva superato il punto di ritorno. Da quel momento ogni colpo avrebbe colpito loro.
Rainaldo di Aversa lo trovò in silenzio, con il volto di chi ha già consumato tutto il superfluo.
«Ti arrenderai?» chiese.
Tommaso scosse il capo. «No.»
«Allora che farai?»
Alzò lo sguardo. Nei suoi occhi non c’era rassegnazione, ma una stanchezza lucida, quella di chi comprende che la guerra non si misura più con le vittorie, ma con ciò che si è disposti a perdere.
«Tratterò», disse.
In quella parola non c’era debolezza.
C’era l’ultimo gesto possibile di sovranità.
Il giudice
Nel marzo del 1223, dopo il congresso di Ferentino con il papa e i grandi del tempo, Federico II scese verso Celano.
Non venne come assediante. Venne come giudice.
Lasciò la guerra agli uomini d’arme, alla Curia, a Hermann von Salza. Il tempo delle spade stava cedendo il passo a quello delle pergamene, dove il sangue non si vede, ma decide.
Tommaso comprese allora ciò che aveva rifiutato di ammettere: la guerra non si sarebbe conclusa con una vittoria. Si sarebbe conclusa con un accordo.
Un accordo che avrebbe salvato lui e i suoi.
E che avrebbe condannato Celano.
L’accerchiamento era completo.
Non restava che scegliere come cadere.
Interludio I
– Celano: perché doveva cadere
Celano non fu distrutta per eccesso di ribellione, ma perché incarnava, nella sua forma e nella sua posizione, un potere che non poteva essere tollerato: una comunità compatta in un mondo che stava imparando a spezzare le comunità. Un potere antico e radicato, abituato a trattare da pari; un potere montano fatto di rocche e tratturi, di vie di passo e di controllo delle acque, capace di aprire o chiudere le comunicazioni tra l’Italia centrale e il Mezzogiorno. Proprio perché stabile e riconoscibile, quel potere poteva diventare esempio, e per questo risultava pericoloso.
Federico II, cresciuto in un regno frammentato da feudi e autonomie, non cercava soltanto obbedienza, ma un principio: che la legittimità avesse una sola fonte e un solo centro. Dove quel principio veniva sfidato, non bastava correggere o ricondurre all’ordine; bisognava cancellare. La colpa di Celano, agli occhi dell’Impero, non fu un atto singolo né una decisione improvvisa, ma la continuità stessa di un modo di essere.
Tommaso non agì come un bandito, ma come un conte che si sentiva tale prima delle carte, prima dei sigilli e prima delle udienze. In un mondo in cui l’ordine stava diventando scritto, lui restava uomo della montagna, interprete di un potere vissuto come fatto e non come concessione. Ed è proprio questa coerenza, più di ogni gesto, a renderlo intollerabile.

“Rappresentazione simbolica di Tommaso e Giuditta sui resti di Celano”
Interludio II
L’annullamento
Per questo Celano non poteva essere semplicemente riconquistata: doveva essere annullata. Non per odio, ma per funzione. La distruzione del 1223 non fu solo fuoco, bensì un atto politico reso fisico. La città venne rasa al suolo non per ciò che faceva, ma per ciò che era. La sua forma stessa — arroccata, fortificata, dominante — costituiva un’idea in pietra, un’idea concorrente.
Si salvò una sola chiesa, San Giovanni Evangelista, poi detta Madonna delle Grazie, non per pietà, ma perché l’Impero non stava colpendo la fede: stava colpendo l’architettura dell’autonomia. Subito dopo venne il gesto più freddo e definitivo, lo sradicamento. Gli abitanti furono dispersi tra Sicilia, Calabria e Malta, non perché dovessero morire, ma perché, lontani dalla loro terra, non avrebbero più potuto sostenere né rivendicare.
Il ritorno del 1227 non smentì la punizione: la completò. La nuova città non sorse dove era stata, ma più in basso, ai piedi del monte, sotto le rovine annerite lasciate come ammonimento. Anche il nome, Cesarea, fu una frase senza appello: Celano era stata “rea verso Cesare” e avrebbe vissuto d’ora in poi nel segno di quella colpa.
Così l’Impero costruì un monito. Ma vi è una verità che la politica non controlla fino in fondo: la memoria non obbedisce per sempre. Si può radere una città, disperdere un popolo, cambiare un nome; non si può impedire che, sotto la cenere, una comunità continui a riconoscersi erede di ciò che le è stato tolto.

“La Celano che restò dopo la distruzione”
(foto)
Capitolo VIII
– La città sacrificata (1223–1224)
La pace, quando arriva troppo tardi, non salva le città.
Salva le forme.
E le forme, da sole, non abitano.
Quando Tommaso e la sua famiglia partirono verso Roma, Celano non conobbe la quiete che segue la fine di una guerra. Conobbe un silenzio diverso, sospeso, innaturale. Le mura erano ancora in piedi, ma avevano perso funzione. Una città senza il proprio signore non è neutra: è scoperta. Non è libera. È disponibile.
Enrico di Morra
Il nome arrivò prima dell’uomo, come accade quando l’autorità non ha bisogno di presentarsi.
Enrico di Morra, giustiziere della Magna Curia.
Non giunse come un conquistatore né come un mediatore. Non portava insegne appariscenti né promesse. Portava l’autorità impersonale di chi non decide se colpire, ma come. Il suo compito non era giudicare la colpa: era renderla operativa.
Entrò in Celano senza proclami. Ispezionò, misurò, fece chiamare notai e aprì i registri. La città veniva letta come si leggono i conti, non come si guarda una casa.
Un anziano del luogo, convocato per “chiarimenti”, osò chiedere:
«Messere… la pace è stata firmata. Perché queste liste?»
Morra rispose senza alzare gli occhi:
«La pace riguarda gli uomini. Le città riguardano l’ordine.»
Fu in quel momento che Celano comprese di non essere più una comunità, ma un problema amministrativo.
Oltre il castello
All’inizio si disse che sarebbe stato abbattuto solo il castello. Una misura dura, ma comprensibile: togliere la rocca significava togliere il futuro a qualsiasi ribellione.
Ma le squadre non si fermarono lì.
Cadde una torre minore. Poi un’altra. Poi una casa. Poi una strada. Finché divenne chiaro che non si stava colpendo un punto strategico, ma l’intero organismo urbano. La distruzione fu ordinata, metodica, giustificata. Ogni colpo ebbe una ragione, ogni ragione un atto, ogni atto una firma.
Celano non fu presa d’assalto: fu demolita con metodo, casa dopo casa.
Il popolo senza colpa
La gente guardava senza capire. Donne che avevano retto gli assedi portando acqua e pane si ritrovarono senza tetto. Uomini che avevano combattuto per il conte divennero improvvisamente superflui alla pace. I bambini chiedevano dove sarebbero andati, e nessuno rispondeva.
A un certo punto un uomo gridò che non avevano fatto nulla.
Un soldato, stanco più che crudele, rispose che avevano fatto parte.
Era una colpa nuova. Non riguardava l’azione, ma l’appartenenza.
La decisione finale
Quando fu chiaro che non si trattava di una punizione simbolica ma di una rimozione vera e propria, Morra convocò i capifamiglia. Annunciò che, per ordine della Magna Curia, la popolazione sarebbe stata trasferita.
Alla domanda su dove, fece una pausa. Non per umanità, ma per precisione. Disse che prima sarebbero andati in Sicilia. Poi dove sarebbe stato deciso.
Non pronunciò la parola Malta. Non era necessario. Le decisioni di quel tipo non si annunciano: si eseguono.
Le partenze
Le colonne si formarono all’alba. Senza catene, ma con il passo forzato di chi sa di non poter tornare. Ognuno portava ciò che poteva: attrezzi, immagini sacre, semi. Le madri stringevano i figli come se il mare potesse strapparli via prima ancora di vederlo.
Qualcuno si voltò verso le montagne. Vide le mura spezzate, la polvere, un fumo che non sapeva più di incendio, ma di fine.
Un vecchio mormorò che erano vivi.
Un altro gli rispose che sì, lo erano, ma non erano più a casa.
Sicilia, poi Malta
In Sicilia furono accolti come si accolgono i necessari: con utilità e diffidenza. Non erano ospiti, ma strumenti.
In una sala lontana qualcuno disse ciò che nessun documento avrebbe mai registrato: a Malta la maggioranza era musulmana e serviva un contrappeso. Così i Celanesi furono inviati sull’isola, non come coloni volontari, ma come equilibrio demografico, come presenza cristiana in una terra che doveva restare governabile.
Lì ricominciarono. Ma non tutti. Molti morirono prima ancora di imparare il nome della nuova terra. Altri non tornarono mai.
Roma non guarda indietro
A Roma Tommaso seppe tardi. Le notizie irreparabili arrivano così: non con un urlo, ma con una frase detta a mezza voce.
Celano non c’era più.
Tommaso rimase immobile. Non chiese come né perché. Già lo sapeva. Fu Giuditta a parlare per prima. Disse che allora la pace era questo.
Tommaso rispose piano che aveva salvato i vivi, ma aveva perso la città.
Giuditta posò una mano sulla sua. «Hai perso una pietra», disse. «Non la memoria.»
La fine della guerra
La guerra di Celano finì così. Non con una vittoria né con una sconfitta, ma con una sottrazione. Un conte fu risparmiato. Una città cancellata. Un popolo spostato.
Tommaso ottenne ciò che poteva: la vita, il Molise, il tempo. Celano pagò ciò che non poteva difendere: la propria forma.
Da quel momento nulla sarebbe stato più come prima. La guerra che distrusse Celano non fu soltanto feudale. Fu l’annuncio di un mondo nuovo, in cui le comunità potevano essere rimosse come ostacoli e le montagne non bastavano più a proteggere chi vi abitava.
E mentre le navi salpavano, mentre le pergamene si chiudevano e il potere guardava altrove, la Marsica imparò una lezione che non avrebbe dimenticato: non sempre sopravvive chi ha ragione. Sopravvive chi viene lasciato vivere.

“Rappresentazione simbolica dell’approdo degli esuli celanesi a Malta”
Capitolo IX
– Il popolo sradicato
Ci sono sconfitte che non si misurano in castelli perduti, ma in popoli che non tornano.
Celano era caduta, le mura erano state abbattute e il conte era lontano. Ma la frattura vera non stava nelle pietre crollate. Stava nei corpi dispersi.
La rimozione silenziosa
Le cronache ne parlarono con poche parole, come accade quando l’evento è troppo grande per essere spiegato. Riccardo di San Germano annotò che, nel maggio del 1224, per ordine dell’Imperatore, i superstiti della distrutta Celano furono condotti in Sicilia insieme alle mogli e ai figli, per opera di Enrico di Morra.
Una frase breve, apparentemente chiara. Ma è una frase che nasconde tutto ciò che non si scrive mai: il momento preciso in cui una comunità smette di essere tale.
Prima ancora che la deportazione fosse organizzata, Celano si era già svuotata. Non per ordine, ma per istinto. Quando le prime mura crollarono e le fiamme salirono, molti fuggirono verso i monti, nei boschi, lungo i sentieri dell’infanzia. Donne con bambini legati al petto, uomini feriti, ragazzi che correvano senza sapere dove.
Alcuni raggiunsero i paesi vicini — Aielli, Cerchio, Pescina, Ortucchio. Altri si persero tra le gole, dormendo sotto gli alberi e nutrendosi di ciò che trovavano. Non fuggivano per ribellione, ma per restare vivi.
Chi rimase indietro non lo fece per scelta. Restarono i vecchi, gli infermi, le donne gravide, i bambini troppo piccoli per camminare. Quando le colonne imperiali entrarono definitivamente, trovarono una città già ferita, abitata da chi non aveva avuto la forza di scappare. Fu allora che la deportazione cominciò davvero.
Fame e dispersione nella Marsica
Non tutti i Celanesi catturati furono subito incatenati. Molti vennero lasciati andare. Non per pietà, ma perché inermi. E cominciò così un altro esilio, meno visibile e forse più crudele: quello di chi restò nella Marsica senza casa, senza terra, senza protezione.
Le cronache non li contano. Ma qualcuno li vide.
Un testimone del tempo scrisse che stringeva il cuore vedere i Celanesi scampati all’ira imperiale vagare raminghi, bussare alle porte dei villaggi, chiedere un tozzo di pane, un angolo di stalla, un giaciglio di paglia. Uomini che fino a pochi giorni prima avevano campi e bestiame tendevano ora la mano. Donne che avevano governato case offrivano braccia in cambio di un pasto. Bambini imparavano presto cosa significasse essere stranieri nella propria terra.
La Marsica li accolse come poté. Era povera, e soprattutto aveva paura. Ospitare un Celanese significava esporsi, attirare sospetti, controlli, ritorsioni. Molti aiutarono di nascosto. Altri chiusero le porte.
La cattura e la separazione
Intanto l’Impero non cercava più la città. Cercava le persone.
Chi veniva riconosciuto come Celanese, chi non aveva trovato un rifugio stabile, chi veniva segnalato, finiva nelle mani degli ufficiali imperiali. Le famiglie vennero spezzate: padri separati dai figli, madri trascinate via mentre i bambini restavano affidati a parenti lontani, mariti che non rividero più le mogli.
Non fu un unico atto. Fu una raccolta progressiva, lenta, inesorabile. Così i Celanesi vennero concentrati, incatenati e avviati verso sud, tutti con lo stesso destino.
Il viaggio che non tutti poterono fare
Il cammino verso la Sicilia non era una strada, ma una prova. A piedi, per settimane, sorvegliati, affamati, spesso malati, avanzavano lungo percorsi che spezzavano i più deboli.
Gli anziani cadevano lungo il cammino. Chi non riusciva a rialzarsi veniva lasciato indietro. Non c’era più nulla a cui tornare: Celano era stata data alle fiamme.
Alcuni morirono lungo la strada. Altri sopravvissero abbastanza da raggiungere la costa, solo per essere caricati sulle navi come carico umano.
Sicilia: il passaggio obbligato
In Sicilia i Celanesi non arrivarono come coloni, ma come problema amministrativo. Vennero raccolti, contati, smistati. Alcuni rimasero sull’isola. Altri furono subito avviati altrove.
Le fonti sono chiare anche quando tacciono: la Sicilia non fu mai la loro destinazione. Fu un passaggio, una stazione di controllo, un luogo di sospensione.
Quando, nel 1227, Federico ordinò la liberazione dei Celanesi detenuti in Sicilia, non tutti erano più lì. Una parte — forse la più numerosa, certamente la più controllata — era già stata spedita oltre il mare.
Malta: l’esilio definitivo
Malta non fu una scelta casuale, ma una necessità politica. Un’isola da riequilibrare. Una popolazione da inserire.
I Celanesi vi arrivarono come comunità spezzata, senza capi e senza ritorno. Contadini senza terra, artigiani senza corporazioni, uomini e donne senza protezione.
Chi tentò di resistere finì nelle carceri. Chi si piegò sopravvisse.
Uno di loro, Andrea Baccone, morì in catene dopo lunghi anni di prigionia. Suo figlio Marino lo ricorderà al Papa nel 1252, come si ricordano i morti che non hanno avuto giustizia.
Chi restò
Nella Marsica restarono gli altri. Quelli nascosti sui monti, quelli rifugiati nei paesi vicini, quelli che avevano perso tutto tranne la vita.
Restarono con una colpa addosso: quella di essere sopravvissuti.
Celano venne ricostruita, ma non da loro. Quando tornarono le mura e le case, tornarono altri uomini. I Celanesi veri — quelli deportati, quelli dispersi, quelli morti lungo le strade — non tornarono più.
La verità che resta
Così il popolo di Celano fu spezzato in due sofferenze: quella di chi partì in esilio e quella di chi restò senza più un luogo. Entrambe persero tutto.
E tuttavia Celano restò loro. Perché un popolo non è solo chi abita una città, ma chi porta quella città come ferita.
E noi, ottocento anni dopo, siamo ancora qui. Non come sostituti, ma come eredi di una frattura che non ha mai smesso di sanguinare.

“rappresentazione simbolica del campo di concentramento degli esuli celanesi in Sicilia ed a Malta”
Capitolo X
– Voci senza nome
Nessuno di loro scrisse e nessuno lasciò cronache. Eppure parlarono, nei sentieri battuti di notte, nelle stalle aperte a metà, nelle carceri senza finestre e sulle navi che non portavano ritorno. Queste non sono le loro parole, ma ciò che resta delle loro voci, dopo che tutto il resto è stato tolto.
La madre
Non ebbe tempo di prendere nulla, strinse il bambino al petto e corse, mentre il fuoco saliva più veloce dei ricordi e le travi cedevano, mescolando le urla al nitrire dei cavalli. Non sapeva dove stesse andando, sapeva soltanto che restare significava morire. Quando si fermò nel bosco, il bambino piangeva senza voce, e lei capì che anche il pianto, a volte, si nasconde.
Nei giorni seguenti bussò alle porte senza chiedere pane, ma silenzio. In una casa le dissero di no, in un’altra le diedero una scodella e le intimarono di sparire prima dell’alba. Quando seppe che il marito era stato preso, non pianse, perché il pianto era un lusso che non poteva permettersi, e continuò a camminare.
Il vecchio
Aveva visto passare tre conti e due carestie e si era convinto che avrebbe potuto morire nella sua casa. Quando arrivarono, non scappò perché le gambe non reggevano più, e restò seduto con le mani sulle ginocchia mentre la città bruciava. Gli dissero di andare e non chiese dove.
Camminò un giorno, poi un altro, finché si sedette lungo la strada sotto un albero. Nessuno lo prese, nessuno lo caricò, perché non era utile a nessuno. Rimase lì, con addosso soltanto il tempo che passava, mentre Celano smetteva di esistere e con essa, lentamente, anche lui.
Il ragazzo
Aveva quindici anni e non aveva mai visto il mare. Lo presero perché correva e lo legarono perché non sapeva stare fermo. Nel cammino verso sud imparò a non parlare, perché chi parlava veniva colpito e chi cadeva veniva lasciato indietro. Quando arrivò alla costa pensò che lì sarebbe finita, ma non finì.
La nave puzzava di sale e di paura, e quando scese a Malta non capì le parole, ma capì gli ordini. Anni dopo avrebbe parlato un’altra lingua, ma avrebbe continuato a sognare la stessa montagna.
La donna rimasta
Non partì e non fu presa. Fuggì sui monti e tornò quando tutto era già finito, trovando case vuote, campi calpestati e un silenzio che non era pace, ma sottrazione. Nei paesi vicini lavorò e tacque, e quando qualcuno le chiedeva da dove venisse rispondeva semplicemente: «Da qui», anche se ormai non sapeva più cosa volesse dire.
Quando Celano fu ricostruita, non tornò, non perché non potesse, ma perché non sapeva più dove fosse.
Il padre in catene
Non vide mai Malta come isola, ma come muro. Passò anni in una cella dove il giorno entrava a metà, pensando ai figli per non impazzire e pregando di restare vivo abbastanza da essere ricordato. Morì senza tornare e senza sapere se Celano esistesse ancora.
Suo figlio scrisse al Papa, non per vendetta, ma perché qualcuno sapesse che era esistito.
Il coro
Erano molti, non un popolo in marcia ma un popolo disperso. C’erano quelli che partirono e quelli che restarono, quelli che morirono lungo la strada e quelli che vissero abbastanza da dimenticare la propria voce. Tutti persero la stessa cosa, la possibilità di tornare insieme.
La storia li ha contati come eventi, questo libro li ricorda come persone, perché un popolo non muore quando viene sconfitto, ma quando nessuno lo ascolta più. E noi, ora, possiamo ascoltare.

“una delle porte di accesso ancora esistente della Celano antica” (Foto)
Capitolo XI
– Malta, la seconda patria forzata
Nessuno decise di restare, eppure rimasero, non perché Malta fosse una scelta, ma perché il mare chiudeva ogni altra via possibile. Quando i Celanesi arrivarono sull’isola non portarono cronache né privilegi, ma mani, abitudini e una memoria senza luogo. Giunsero in un tempo in cui Malta stava cambiando pelle, non più soltanto isola musulmana e non ancora terra cristiana pienamente ricostruita, un luogo sospeso che somigliava alla loro condizione.
Malta non li accolse come ospiti; li assorbì come si assorbe ciò che serve. e forse è anche per questo che il Medioevo maltese è rimasto a lungo in ombra: perché la sua storia non è fatta di capitali, ma di campagne, non di palazzi, ma di cappelle isolate, di case coloniche e di frammenti. La storia dei Celanesi, a Malta, vive proprio lì, nelle campagne, nei villaggi scomparsi e nei luoghi sacri che non avevano potere, ma avevano durata.
Un’isola che cambia senza raccontarsi
Dopo la conquista araba dell’870, il cristianesimo a Malta si ridusse, si spense o sopravvisse in forme sotterranee. Quando i Normanni arrivarono nel 1090, le popolazioni musulmane continuarono a vivere sulle isole, e ancora nel 1175 un visitatore registrava che Malta era abitata in prevalenza da musulmani. Fu soltanto con le grandi riorganizzazioni del Regno, a partire dal 1220, che le influenze occidentali cominciarono a scorrere sull’isola con maggiore continuità.
Nel 1241 la popolazione risultava composta da gruppi distinti: musulmani ancora dominanti, cristiani in crescita e una piccola comunità ebraica. Non era un’isola pacificata. Era un’isola che stava imparando a riorganizzarsi e in un processo di questo tipo l’arrivo di un gruppo coerente, numeroso e abituato alla terra e al lavoro non poteva essere neutro. Non conquistò, ma modificò, non per decreto, ma per presenza quotidiana. Malta divenne così una seconda patria in modo spietato, perché non consolò, ma trasformò.
La campagna come archivio
Per comprendere il Medioevo maltese non basta osservare le città; bisogna guardare la campagna. Qui gli archeologi incontrano una difficoltà strutturale, perché la cronologia è fragile e le tipologie ceramiche medievali non sempre consentono datazioni sicure: i siti sono ricchi di tracce, ma le tracce spesso non hanno calendario.
Gli storici, in compenso, hanno lavorato su toponimi, liste di milizia, documenti ecclesiastici e registri amministrativi, ricostruendo un Medioevo scritto non dalle pietre maggiori, ma dai nomi e dagli elenchi: villaggi, casali, cappelle, luoghi che appaiono e scompaiono seguendo dinamiche note, come guerre, razzie, pestilenze, trasformazioni economiche e attrazione dei centri più sicuri. È un quadro che, in forma diversa, somiglia molto alla vicenda dei Celanesi. perché racconta la storia come spostamento, concentrazione e perdita.
Ħal Millieri: una cappella come prova
In questa geografia di indizi, Ħal Millieri rappresenta un punto raro, un luogo in cui archeologia e memoria si sfiorano. La cappella dell’Annunciazione è incassata nel terreno, con tre gradini che scendono sotto il livello del suolo, una navata semplice, archi e panche di pietra tra le campate. Non è costruita per stupire. È costruita per durare.
Sotto di essa, gli scavi hanno rivelato le fondazioni di una chiesa precedente, verosimilmente più antica e riconducibile al tempo della deportazione e dei riassetti. Non sappiamo chi la edificò, ma sappiamo che quel tipo di insediamento, una cappella come nucleo attorno a cui si raccoglie una vita agricola, è compatibile con quanto emerge dagli studi sui villaggi medievali: modelli essenziali, riproducibili, adatti a chi non possiede più una città, ma può ancora costruire un centro di esistenza.
Le immagini fuori tempo
Gli affreschi visibili oggi risalgono al XV secolo, eppure non appartengono del tutto a quel tempo. La scrittura è gotica, i panneggi sono tesi e la tecnica alterna fresco e interventi a secco, ma l’iconografia sembra rispondere più alla memoria che alla moda, come se il pittore fosse stato chiamato a ripetere piuttosto che a inventare, a rifare ciò che già c’era.
Gli scavi e i frammenti di intonaco dipinto della chiesa precedente rendono plausibile questa ipotesi: sotto il Quattrocento, immagini più antiche. Ciò che vediamo diventa allora qualcosa di più di un ciclo pittorico, una vera trasmissione, perché quando una patria è perduta l’immagine può diventare patria portatile.
Sepolture e radicamento
Le sepolture nella cappella e attorno ad essa raccontano ciò che i documenti non dicono, ovvero la permanenza. Uomini e donne, un bambino, e nella chiesa precedente una giovane donna sopra un bimbo di due anni, sepolti secondo rito cristiano e orientati come si fa quando ci si sente appartenere a un luogo.
Non sono prove etniche. Sono prove umane. È così che la deportazione smette di essere soltanto un fatto politico e diventa durata, non una nave o una prigione, ma generazioni che imparano a vivere in un luogo che non hanno scelto.
Il villaggio che scompare, i campi che restano
Ħal Millieri, in età moderna, fu una comunità rurale, poi si svuotò per ragioni di sicurezza, risorse, servizi e attrazione dei centri maggiori. Eppure, anche quando le case si spensero, i campi continuarono a essere lavorati e le cappelle a servire i contadini. Questa è la legge della seconda patria forzata, che non crea consolazione, ma abitudine.
Ciò che Malta ha trattenuto
Malta non sostituì Celano, perché non poteva. Divenne però una seconda patria nel senso più duro, il luogo in cui si continua a vivere quando la prima è stata negata. I Celanesi, insieme ad altre genti del Regno, portarono pratiche agricole, modi di pregare e forme minime di comunità; non dominarono, ma incisero lentamente.
E oggi, in una cappella incassata nella roccia, resta una prova discreta e potente di quella presenza: immagini rifatte come prima, santi che non cambiano volto, una memoria che resiste senza documenti. Celano non tornò, ma non se ne andò del tutto; rimase nelle mani che costruirono, nelle pareti ridipinte per continuità e nei santi che non mutarono. Questa è la seconda patria forzata: non quella che si sceglie, ma quella che, senza volerlo, custodisce ciò che si è stati.

“ruderi della sommità di Celano antica” (Foto)
Interludio finale – Colui che non sapeva
Entrò nella cappella senza sapere perché, come si entra in certi luoghi quando il corpo decide prima del pensiero. Non era un pellegrino né uno studioso, ma soltanto un uomo che lavorava i campi poco lontano e che, quel giorno, aveva seguito l’ombra per riposare. Ħal Millieri non aveva più un villaggio, soltanto terra, vento e una costruzione bassa che sembrava appartenere più al terreno che al cielo, come molte altre sparse nell’isola, reliquie di un Medioevo che non aveva lasciato città, ma presenze minime.
Scese i tre gradini e l’aria cambiò immediatamente. Dentro non c’era silenzio, ma qualcosa di più denso, una quiete che non sembrava vuota. Le pareti dipinte non erano luminose come nelle grandi chiese, ma consumate, come accade nei luoghi costruiti per l’uso quotidiano e non per la rappresentazione, cappelle nate accanto ai campi, pensate per durare più che per apparire.
Non conosceva i santi per nome e non aveva studiato, ma davanti a una figura femminile, ferma e composta, con il corpo segnato e uno sguardo che non chiedeva pietà, si fermò più a lungo senza saperne il motivo. Sentiva soltanto che quella donna dipinta non aveva mai ceduto. Poi vide il cavaliere, la lancia e il drago non vinto ma trattenuto, e comprese, senza formularlo, che quella non era una scena di vittoria, ma una scena di resistenza, come se quelle immagini fossero state pensate per chi restava, non per chi trionfava.
Si sedette su una panca di pietra, le stesse che altri avevano levigato con il peso del corpo secoli prima, uomini e donne che avevano abitato villaggi oggi scomparsi e lavorato campi che ancora producono. Non sapeva che sotto i suoi piedi c’erano tombe, né che sotto quella chiesa ce n’era stata un’altra, né che quelle immagini erano state rifatte nel tempo per fedeltà e non per moda, secondo una logica che appartiene ai luoghi che durano, non agli eventi che passano.
Restò a lungo, come se quel posto trattenesse ciò che altrove si disperde. Quando uscì, il sole lo colpì come un ritorno improvviso e riprese il cammino verso i campi, verso la fatica e la vita di sempre. Ma qualcosa era rimasto, come accade nei luoghi che sono stati attraversati da molte esistenze senza essere mai raccontati.
Quella sera, parlando con suo figlio, disse una frase che non aveva mai pronunciato prima: che lì dentro sembrava che qualcuno avesse portato tutto con sé, anche ciò che non si poteva portare via. Non seppe spiegare di più e non seppe che, senza saperlo, aveva ascoltato.
Perché la memoria non chiede di essere capita, ma soltanto di non essere interrotta. E finché qualcuno entra, finché qualcuno si ferma, finché qualcuno sente senza sapere perché, l’esilio non è completo.
Le persone passano, i luoghi cambiano e i nomi si perdono, ma ciò che attraversa il mare una volta, se custodito nei campi, nelle cappelle e nelle case minime, continua ad attraversarlo.
Nota storica – Sicilia, Malta e la deportazione dei Celanesi (1223–1252)
La deportazione dei Celanesi e il loro trasferimento verso la Sicilia e, successivamente, verso Malta si inseriscono in un quadro più ampio di conflitti e riorganizzazioni che interessarono il Regno di Sicilia tra la fine del XII e la prima metà del XIII secolo. In questi decenni la politica imperiale fu caratterizzata da una duplice direttrice: da un lato la repressione delle rivolte, in particolare di quelle musulmane in Sicilia; dall’altro la riorganizzazione demografica e amministrativa di territori ritenuti instabili o strategici.
Una grande rivolta musulmana scoppiò in Sicilia nel 1189 e, a partire dal 1220, si sviluppò una lunga serie di campagne militari, soprattutto nelle aree montane dell’isola. La fase finale di questo conflitto si colloca tra il 1243 e il 1246. È documentato che già nel 1223 gruppi di musulmani furono espulsi dalla Sicilia e trasferiti a Lucera, in Puglia, come parte di una strategia di controllo e concentrazione delle popolazioni considerate ribelli o potenzialmente ostili.
In questo contesto si colloca anche la vicenda di Celano. La fonte principale è Riccardo di San Germano, autore di due versioni della sua cronaca: una prima redazione di impianto monastico, legata all’abbazia di Montecassino, e una seconda versione più ampia, concepita come storia del Regno di Sicilia. Riccardo morì tra la fine del 1243 e l’inizio del 1244.
Nella prima versione, Riccardo riferisce che nel maggio del 1224, per ordine dell’imperatore, Enrico di Morra fece condurre in Sicilia i superstiti della distrutta Celano, insieme alle mogli e ai figli. Aggiunge inoltre che nel 1227, sempre per ordine imperiale, tutti i Celanesi che erano tenuti prigionieri in Sicilia furono liberati (omnes Celanenses, qui in Sicilia captiui tenebantur, liberi dimittuntur, Imperatore mandante). In questa redazione non compare alcun riferimento a Malta.
Nella seconda versione, invece, Riccardo afferma che Enrico di Morra, sempre per ordine imperiale, nel 1224 raccolse i Celanesi dispersi e li inviò in Sicilia e che successivamente l’imperatore li diresse verso Malta (quos apud Maltam dirigit Imperator). Questa seconda redazione si interrompe nel 1226 e, pertanto, non menziona la liberazione del 1227 riportata nella prima.
La divergenza tra le due versioni è significativa e va interpretata con cautela. Riccardo di San Germano, negli anni immediatamente successivi al 1223, non risulta essere stato stabilmente presso la corte imperiale, ed è verosimile che scrivesse da San Germano o dal suo ufficio, basandosi su notizie giunte per via indiretta. L’annotazione relativa alla raccolta dei superstiti di Celano e al loro invio in Sicilia nel maggio del 1224 sembra essere stata redatta a distanza di tempo, probabilmente nel 1225. Il fatto che solo nella seconda cronaca compaia il riferimento al trasferimento a Malta suggerisce che questa informazione gli sia giunta successivamente, quando non era più in grado di verificarne direttamente gli sviluppi.
Il ruolo di Enrico di Morra appare centrale ma complesso. Sebbene avesse perso il controllo diretto di Malta intorno al 1222, egli fu attivo negli anni successivi nella repressione delle rivolte musulmane in Sicilia. È documentata la sua presenza a Celano nell’aprile del 1223 e a Catania nel 1224, elementi che rendono plausibile il suo coinvolgimento sia nella deportazione dei Celanesi sia nelle più ampie operazioni di riorganizzazione del Regno.
È quindi possibile che una parte dei Celanesi sia stata effettivamente inviata in Sicilia e liberata nel 1227, come attestato dalla prima cronaca di Riccardo, mentre un altro gruppo sia stato successivamente trasferito a Malta. Che almeno alcuni Celanesi siano giunti sull’isola è confermato da una testimonianza indipendente: nel 1252 Marino, figlio di Andrea Baccone di Celano, presentò una petizione al papa nella quale dichiarava che suo padre, per la sua devozione alla Chiesa romana, era stato catturato dai seguaci dell’imperatore e imprigionato a Malta, dove morì dopo lunghe sofferenze. Questa fonte attesta in modo inequivocabile la presenza di Celanesi detenuti a Malta.
In assenza di ulteriori prove documentarie, non è possibile stabilire con precisione come le pratiche di deportazione sviluppatesi nel contesto siciliano siano state applicate alle condizioni specifiche di Malta. Nel XIII secolo l’isola era in larga parte musulmana e, con ogni probabilità, vi erano pochi cristiani indigeni che potessero essere trasformati in villani non musulmani. Il processo di latinizzazione dovette quindi essere favorito anche dal trasferimento forzato di gruppi cristiani, tra cui i Celanesi, a partire dal 1224.
Le famiglie cristiane censite a Malta e Gozo intorno al 1241 risultano essere latine, convertite dall’islam o immigrate, probabilmente dalla Sicilia o dall’Italia meridionale. Parte della popolazione musulmana indigena potrebbe essere andata in esilio o essere stata espulsa in un momento successivo. In un contesto insulare, dove la fuga dalle tenute curiali era difficile, la pressione alla conversione dovette essere forte e molti probabilmente cedettero.
Documenti successivi attestano la presenza di servi della curia reale a Malta e Gozo ancora nel XIII e XIV secolo. Il termine servus non indica necessariamente uno schiavo, ma può riferirsi a villani o servi della gleba legati alle terre curiali. È probabile che i villani contribuenti ordinari siano progressivamente scomparsi entro la fine del XIII secolo, mentre le terre incolte della curia furono date in affitto a nuovi coltivatori. Un testo del 1271 menziona musulmani espulsi dalle isole, senza precisarne la data, e registra il passaggio delle loro proprietà alla curia reale.
Nel loro insieme, queste fonti non consentono una ricostruzione lineare e priva di incertezze, ma delineano un quadro coerente: l’espulsione di musulmani dalla Sicilia, il trasferimento di cristiani ribelli o scomodi, tra cui i Celanesi, e l’utilizzo di Malta e Gozo come spazi di riequilibrio demografico e politico. In questo senso, l’esilio dei Celanesi non fu un episodio isolato, ma parte di una strategia più ampia, nella quale deportazione, dispersione e reinsediamento divennero strumenti ordinari di governo.

“il presumibile percorso fatto fare ai celanesi”
Capitolo XII
– Il ritorno impossibile
Ci sono ritorni che non avvengono nel corpo, ma nella memoria.
Celano fu distrutta e poi ricostruita, ma tra quei due verbi — distrutta e ricostruita — resta un vuoto che nessuna pietra può colmare. La città che torna non coincide più con la città che se n’è andata: è un’altra forma, un’altra continuità, eppure porta lo stesso nome.
La storia ama le parole nette — vittoria, sconfitta, pace, ordine — ma per un popolo la storia è ciò che rimane tra le parole: la fame, l’assenza, la vergogna di chiedere pane, la paura di essere riconosciuti, la voce che si abbassa quando si pronuncia il nome di chi è stato preso.
Per anni, nella Marsica, Celano fu una presenza che non c’era più, un vuoto abitato. C’erano i fuggiti sui monti e nei paesi vicini, quelli che avevano imparato a non farsi vedere; c’erano i vecchi incapaci di affrontare la marcia verso sud; c’erano le famiglie spezzate, i figli cresciuti senza padri e i padri morti senza sapere se i figli fossero vivi.
E poi c’erano quelli che partirono.
La Sicilia come snodo, Malta come destino.
Da lì, per molti, non si tornò. Non perché mancasse l’amore per la propria terra, ma perché il ritorno era stato smontato pezzo per pezzo: con la distanza, con la povertà, con l’utilità politica di trattenere uomini e donne dove servivano. E con una verità più dura di tutte: quando un popolo viene spezzato, non gli viene tolto solo un luogo, ma la possibilità di tornare insieme.
Celano, intanto, si rialzò. Non per mano di chi era stato deportato, ma per opera di chi venne chiamato a riempire lo spazio. La città rinacque come Cesarea, un nome che suonava come un ammonimento. Eppure anche nella ricostruzione la ferita restò, perché una città si può ricostruire, una comunità deportata no.
A Malta la vita continuò come può continuare la vita quando non ha scelta: seminare, scavare, riparare, pregare, fare spazio ai morti, trasmettere senza libri. Ħal Millieri è uno dei luoghi in cui quella trasmissione ha trovato il modo di durare: affreschi che sembrano obbedire a un modello precedente, santi fuori dal tempo, pareti ridipinte non per gusto ma per fedeltà, come se per generazioni qualcuno avesse ripetuto la stessa richiesta silenziosa: non cambiate il volto di ciò che ricordiamo.
È una forma di ritorno che non passa per la geografia.
E allora la domanda che questo libro lascia non è soltanto chi tornò, ma che cosa ritorna di un popolo quando il popolo non può tornare.
Ritornano frammenti di lingua, gesti del lavoro, il modo di costruire un muro, di orientare una sepoltura, di pregare come si faceva prima. Ritornano perfino le immagini, quando qualcuno le rifà senza sapere più da dove vengono, ma sapendo che devono restare. E ritorna una responsabilità, perché la deportazione è completa solo quando diventa dimenticanza.
Oggi possiamo finalmente nominare la frattura, non per rancore ma per impedire che il silenzio completi l’opera. Celano vive, ma vivere non significa essere integri: significa accettare le assenze strutturali, le lacune che nessuna ricostruzione cancella. Il vero ritorno impossibile non è quello dei singoli, ma quello dell’insieme. La comunità com’era, con i suoi legami, le sue case, i suoi morti e i suoi vivi, non tornò più.
E tuttavia un popolo non è solo il luogo dove abita: è il luogo che non smette di portare. Per questo, quando si cammina oggi a Celano, non si cammina soltanto tra pietre ricostruite, ma sopra una domanda antica: chi manca?
E quando si pensa a Malta, non la si pensa più come isola lontana, ma come pagina parallela della stessa storia, non una deviazione ma una continuazione forzata.
Questo libro non pretende di chiudere. Pretende di restituire.
Restituire nomi dove ci sono numeri, volti dove ci sono formule, dolore dove l’ordine aveva steso pergamene. Perché la storia non è soltanto ciò che è avvenuto, ma ciò che scegliamo di non lasciare scomparire.
E noi scegliamo questo: che Celano non sia soltanto la città ricostruita, ma anche il popolo sradicato; che Malta non sia soltanto un’isola, ma una seconda patria forzata; che il silenzio non sia l’ultima parola.
Finché qualcuno ricorda, la deportazione non è completa.

“Affresco di San Giorgio su monte San Vittorino” (Foto)
Capitolo XIII
– L’uomo contro l’Impero. L’esilio (1223)
L’esilio non comincia quando si varca un confine.
Comincia quando non si può più tornare indietro.
Tommaso di Celano lo comprese nel momento stesso in cui lasciò Roma alle spalle, senza sapere quando — e se — vi avrebbe fatto ritorno. Non era prigioniero. Non era fuggiasco. Non era sconfitto nel senso che i cronisti amano registrare.
Era qualcosa di più difficile da nominare: un uomo tollerato.
E per un conte, essere tollerato equivaleva a essere sospeso.
Roma non lo aveva mai accolto. Lo aveva ascoltato, usato, mediato, garantito. Mai riconosciuto. Il cardinale che lo accompagnava parlava di prudenza, di pace necessaria, di tempo che avrebbe rimesso ordine nelle cose. Tommaso ascoltava senza contraddire. Sapeva che le parole della Curia avevano peso, ma anche una durata incerta.
Giuditta, al suo fianco, osservava la città con uno sguardo diverso. Lei vedeva Roma per ciò che era: non una madre, ma un arbitro. E gli arbitri non hanno memoria, soltanto equilibrio.
«Non resteremo qui», disse una sera, mentre il Tevere scorreva scuro sotto i ponti.
Tommaso annuì. «Qui non potrei respirare.»
La Campagna: l’attesa armata
Si rifugiarono nella Campagna meridionale, presso il cognato Giovanni di Ceccano. Non era una fuga. Era una sistemazione vigilata. Ogni loro passo era noto. Ogni visita registrata. L’esilio, Tommaso lo capì presto, non è solitudine: è sorveglianza senza mura.
Riceveva notizie dal Molise. Giuditta era stata reintegrata nei suoi diritti. Governava con fermezza. I baroni la rispettavano non per indulgenza, ma per competenza. Federico aveva concesso quel margine perché gli conveniva. Tommaso lo sapeva. E sapeva anche che si trattava di una concessione revocabile. Sempre.
La città abbattuta
La notizia arrivò come arrivano le ferite che non sanguinano subito.
Celano era stata distrutta. Non solo il castello. La città.
Tommaso rimase in silenzio. Non chiese dettagli. Li immaginava. Ogni pietra tolta era un messaggio: non tornare.
Giuditta fu la prima a parlare.
«Lo ha fatto senza ordini diretti.»
«No», rispose Tommaso. «Lo ha fatto perché sapeva che nessuno lo avrebbe punito.»
Capì allora che l’accordo del 1223 non era stato violato. Era stato svuotato. E una promessa svuotata pesa più di una promessa tradita.
L’ombra del processo
Verso la fine dell’anno giunse l’ordine di presentarsi davanti alla Magna Curia, firmato da Enrico di Morra. Un invito formale, carico di minaccia. Si parlava di infedeltà, di sospetti, di permanenza troppo lunga nello Stato della Chiesa.
Tommaso lesse il documento una sola volta.
«Se vado», disse, «non torno.»
Giuditta lo guardò. «E se non vai?»
Tommaso piegò la pergamena. «Avrà il pretesto che cerca.»
Scelse di non presentarsi. Non fu un errore. Non fu una distrazione. Fu un atto politico.
La revoca
Federico II non tardò.
La contea di Molise fu revocata e trasferita al demanio regio. Gli ostaggi furono incarcerati. Tra loro, un figlio di Tommaso. Il suo nome non è giunto fino a noi. Ma la sua prigionia sì.
Quando Giuditta seppe che il figlio era stato rinchiuso in una prigione stretta e angusta, comprese che l’Imperatore non stava più trattando. Stava punendo.
«Questo non era nel patto», disse.
Tommaso abbassò lo sguardo. «Nessun patto sopravvive quando smette di servire.»
Il Papa muore, il mondo cambia.
Nel marzo del 1227 morì Onorio III. Il giorno dopo i cardinali elessero Ugolino de’ Conti, che prese il nome di Gregorio IX. Parente di Innocenzo III. Uomo di memoria lunga. E di volontà inflessibile.
Gregorio non aveva dimenticato Tommaso. Né la guerra. Né la distruzione di Celano. Né, soprattutto, l’imprigionamento del figlio del conte, che rappresentava una violazione morale di un accordo garantito dalla Chiesa.
Il conflitto tra Papato e Impero, rimasto sotto la cenere, tornò a respirare. E Tommaso comprese che il suo esilio stava cambiando natura: da punizione stava diventando attesa.
Il conte senza terra
Quando Federico II, scomunicato, fu costretto a partire per la Terra Santa, Gregorio IX non si fidò. Mandò uomini a controllarlo. Tra questi, Tommaso di Celano.
Fu un gesto carico di ambiguità: l’ex ribelle trasformato in testimone dell’Impero. Il conte senza terre che tornava a incrociare il destino dell’uomo che lo aveva sconfitto.
Tommaso accettò. Non per obbedienza. Per memoria. Perché sapeva che la sua storia non era finita con la distruzione di Celano. Era entrata in una fase diversa. Più lunga. Più silenziosa. E più pericolosa.
L’esilio non lo aveva spezzato. Lo aveva riformato.
E mentre le navi si preparavano a salpare, mentre l’Europa guardava verso Gerusalemme, Tommaso di Celano comprese una verità che nessuna pergamena avrebbe mai scritto: non si combatte sempre per vincere. A volte si combatte per restare.

(Rappresentazione simbolica di un fanciullo chiuso dentro un Castello)
Capitolo XIV
– Gli ostaggi (1227–1228)
Un impero non governa soltanto castelli.
Governa corpi.
Tommaso aveva imparato a distinguere una sconfitta da un ricatto. La sconfitta finisce quando finisce la battaglia. Il ricatto, invece, comincia quando la battaglia sembra conclusa. Da quel momento l’Impero non gli chiedeva più la resa: gli chiedeva la rinuncia.
Il figlio senza nome
Del figlio imprigionato non è rimasto il nome. È rimasta la funzione.
I notai non scrivono ciò che non serve, e all’Impero non serviva che quel ragazzo fosse ricordato. Bastava che fosse trattenuto. Perché un ostaggio, nella logica della Magna Curia, non è una persona: è una leva.
La notizia giunse a Giuditta in Molise, non a Roma. Arrivò come arrivano le notizie senza appello: con un messaggero che evita lo sguardo, con parole misurate, con una frase che tenta di sembrare un atto amministrativo.
«È stato tradotto in una prigione stretta. Senza aria.»
Giuditta non chiese dove. Chiedere dove avrebbe significato ammettere che esistesse un “subito”, e in quel momento il subito non esisteva. Fece una sola domanda, l’unica che contava.
«Chi ha firmato?»
«Morra. Per ordine della Magna Curia.»
Giuditta guardò fuori dalla finestra. Le colline molisane erano immobili, come se la terra stessa non volesse partecipare alla crudeltà degli uomini.
«Non hanno preso mio figlio», disse infine.
«Hanno preso il tempo.»
La revoca: l’esilio entra in casa
Quando la contea fu revocata e posta sotto il demanio regio, Tommaso comprese che l’accordo del 1223 aveva cessato di essere un patto. Era diventato un precedente. Una dimostrazione. La prova che si poteva piegare un signore senza versare altro sangue.
La revoca non era soltanto perdita di terre. Era perdita di voce.
Un conte senza contea è un uomo che parla e non produce effetti. E l’Impero ama questo genere di silenzi, quelli che sembrano ancora parole. Nella Campagna, Tommaso camminava nei corridoi di un castello ospitale e li sentiva come una prigione raffinata. Non c’erano guardie visibili, ma ogni porta chiusa ricordava che un ospite tollerato è sempre un ospite sorvegliato.
Una sera, mentre Giuditta preparava una lettera breve, netta, senza suppliche, Tommaso le disse:
«Se scrivi, risponderanno con un rinvio. Se taci, useranno il silenzio come prova.»
Giuditta non alzò lo sguardo. Continuò a scrivere.
«Allora non scrivo per loro. Scrivo perché resti traccia. Anche se oggi non serve.»
Era la differenza tra loro due.
Tommaso combatteva per rovesciare un ordine.
Giuditta combatteva per impedirgli di cancellare.
Gregorio IX: quando la memoria diventa arma
Con la morte di Onorio III, Tommaso aveva creduto — per un istante — che la Curia potesse tornare a essere bilancia. Ma Gregorio IX non era bilancia. Era memoria.
Ugolino de’ Conti non aveva bisogno di essere convinto. Aveva bisogno di essere certo. E nella politica papale la certezza si costruisce sempre allo stesso modo: con prove, testimoni, verifiche.
Quando Federico, scomunicato, annunciò la partenza per la Terra Santa, Gregorio non si fidò. E non si fidò a ragione. Un imperatore che parte non smette di essere imperatore: sposta soltanto il proprio campo.
Fu allora che la Curia fece un gesto che sembrava un risarcimento e invece era un rischio. Chiamò Tommaso. Non per restituirgli Celano. Non per ridargli il Molise. Ma per usarlo come occhi.
E la cosa più difficile, per un uomo orgoglioso, non è essere sconfitto. È essere necessario al nemico del proprio nemico.
Il colloquio
Tommaso entrò in una sala dove l’aria sapeva di pergamena e di cera. Gli uomini di Chiesa non odorano di guerra, ma spesso decidono guerre più di chi impugna la spada.
Gregorio lo guardò a lungo. Non come un pontefice guarda un penitente, ma come un giudice guarda un caso irrisolto.
«Tommaso di Celano.»
Tommaso si inchinò appena. Quanto bastava per non trasformare l’udienza in una provocazione. Gregorio notò quel minimo e lo registrò senza commentare.
«L’Imperatore partirà», disse. «Dice che andrà in Terra Santa. Io devo sapere se parte davvero. E se parte come cristiano o come sovrano che usa la croce.»
Tommaso comprese subito il sottotesto. Gregorio non cercava un fedele. Cercava un uomo che non avesse paura di contraddire Federico.
«Perché io?» chiese.
Gregorio non finse.
«Perché tu non lo ami. E perché hai già pagato il prezzo di non amarlo.»
Tommaso abbassò lo sguardo per un istante. Non per umiltà. Per calcolo.
«Se vado», disse, «non vado per voi. Vado per ciò che mi hanno preso.»
Gregorio annuì.
«Allora andrai per la verità. E la verità, a volte, è più utile della fedeltà.»
Giuditta, tra due mondi
Quando Tommaso decise di accettare, Giuditta non lo fermò. Gli ostaggi insegnano che la retorica è rumore. Lo accompagnò nel cortile e gli sistemò il mantello come si fa con un uomo che parte per una guerra senza stendardi.
«Non ti uccideranno», disse. «Non conviene. Ti useranno.»
Tommaso sorrise appena.
«E tu?»
Giuditta lo guardò come si guarda un uomo che ancora crede che la guerra sia solo fuori.
«Io resisterò qui. La tua guerra è davanti a te. La mia è dietro. Tiene insieme ciò che non deve spezzarsi.»
Poi aggiunse, più piano:
«E riportami notizie di nostro figlio. Anche solo il suono del suo respiro. Qualunque cosa.»
Tommaso annuì. Non promise. Le promesse, in quel tempo, erano monete false.
La croce e la catena
Mentre Federico preparava le navi e l’Europa guardava a Gerusalemme, Tommaso comprese una verità che nessun cronista avrebbe scritto, perché non è evento ma struttura: Impero e Chiesa usano strumenti diversi, ma si somigliano quando decidono che un uomo deve essere utile.
La croce, nelle mani del sovrano, può diventare vessillo.
La catena, nelle mani del sovrano, può diventare legge.
Tommaso, che un tempo aveva incendiato rocche e spezzato assedi, ora si muoveva nel territorio più insidioso di tutti: quello in cui la guerra si combatte con parole che sembrano giuste.
Quella notte scrisse poche righe a Giuditta. Non una lettera. Un segno.
Non mi inginocchio.
Ma guardo.
E ricordo.
Non firmò con titoli. Firmò come un uomo.
All’alba, uscendo nella luce, comprese la forma definitiva del suo conflitto. Non era più Tommaso contro Federico. Era Tommaso contro il meccanismo: un mondo che sposta popoli, revoca terre, imprigiona figli e chiama tutto questo ordine.
L’esilio non lo aveva spezzato. Gli aveva insegnato come si distrugge senza colpire.
E per la prima volta Tommaso sentì che la forza nata dalla montagna doveva imparare a muoversi sul mare. Perché l’Impero stava salpando. E lui, se voleva restare, doveva seguirlo.

“rappresentazione simbolica dell’entrata a Gerusalemme”
Capitolo XV
– La crociata che non fu (1228–1229)
Il mare non giudica.
Accoglie.
Quando Tommaso salì sulla nave a Brindisi, l’aria sapeva di sale e di attesa. Non era la partenza di un crociato come gli altri, né l’inizio di una redenzione. Era il viaggio di un uomo che non aveva più una terra, ma portava con sé una memoria più pesante di qualsiasi reliquia.
Federico II salpò l’11 agosto, con venti galee. Ufficialmente per obbedire alla Chiesa; in realtà per piegare la scomunica con un gesto che fosse insieme politico e spettacolare. Partiva non come penitente, ma come sovrano deciso a dimostrare che anche un Imperatore separato dalla Chiesa poteva determinare il destino della Terra Santa.
Il Papa aveva mandato uomini a controllarlo. Tra essi, Tommaso di Celano.
Non come soldato.
Come testimone.
L’Imperatore scomunicato
Federico non aveva l’aspetto di un uomo in cerca di assoluzione. Non pregava ad alta voce, non ostentava devozione. Studiava mappe, uomini, equilibri. Parlava arabo, latino e greco, e sapeva che in Oriente non vince chi grida più forte, ma chi comprende prima.
Tommaso lo osservava in silenzio. Avevano combattuto l’uno contro l’altro. Ora viaggiavano sulle stesse navi, sotto la stessa bandiera. Non c’era riconciliazione, ma una tregua forzata, fatta di sguardi misurati e di parole non dette.
Terra Santa senza guerra
Quando giunsero in Oriente, il paradosso divenne evidente.
I Templari e gli Ospedalieri, obbedendo alle indicazioni del Papa, rifiutarono di collaborare con un Imperatore scomunicato. Non volevano che Gerusalemme fosse presa in nome di un uomo separato dalla Chiesa. Federico si ritrovò isolato, privo dell’appoggio militare che una crociata avrebbe dovuto garantire.
Fece allora ciò che sapeva fare meglio: negoziò.
Avviò contatti con il sultano d’Egitto, al-Kāmil. Parlò di pace, di accessi, di equilibrio. Propose ciò che per molti era intollerabile: una Gerusalemme restituita senza battaglia, senza martiri, senza gloria armata. Un’idea che scandalizzava chi era venuto a combattere nel nome della croce.
Tommaso comprese subito il rischio. Una crociata senza guerra avrebbe avuto bisogno di garanti. E lui, agli occhi del Papa, lo era.
Il sospetto
Le voci si diffusero rapidamente. Si diceva che l’Imperatore si muovesse senza scorta, che visitasse luoghi isolati, che sottovalutasse il pericolo. I Templari e gli uomini più legati alla Curia, irritati dalle trattative, fecero ciò che gli uomini di potere fanno quando non possono fermare un sovrano: avvertirono il nemico.
Tommaso seppe. E comprese che, se Federico fosse caduto in un agguato, il mondo avrebbe trovato un colpevole conveniente. L’agguato non ci fu, ma l’ombra rimase. E con essa la consapevolezza che quella spedizione poteva trasformarsi, da un momento all’altro, in una tragedia utile a molti.
Il negoziatore inatteso
Quando la tensione divenne insostenibile, Federico fece una scelta che sorprese tutti. Mandò Tommaso di Celano, rappresentante del Papa e uomo già segnato dall’Impero, a trattare direttamente con al-Kāmil, insieme al Maestro dell’Ordine Teutonico.
Tommaso parlò al Sultano non come emissario arrogante, ma come uomo che conosce la perdita. Gli spiegò che l’Imperatore non cercava la guerra, ma un passaggio. Che voleva entrare a Gerusalemme senza sangue, non per debolezza, ma per calcolo. Che una città sacra, se restituita senza strage, avrebbe potuto restare tale anche dopo il trattato.
Il Sultano ascoltò. Poi fece cacciare il consigliere imperiale. Trattenne Tommaso.
Non come prigioniero.
Come interlocutore.
Accettò di trattare solo con lui e con Hermann von Salza. Perché in Tommaso riconosceva qualcosa che mancava agli altri: non la forza, ma il peso di ciò che era stato perduto.
Gerusalemme senza spade
Fu così che avvenne l’impensabile.
Gerusalemme tornò ai cristiani senza battaglia. Il trattato fu giurato, i capitoli sottoscritti, le condizioni stabilite. La città cambiò padrone senza sangue, ma non senza rancore.
Tommaso e Hermann von Salza riportarono a Federico i documenti firmati dal Sultano. Per i cavalieri, quella pace fu un’umiliazione. Per l’Imperatore, un trionfo diplomatico. Per la Chiesa, un successo difficile da rivendicare.
Per Tommaso, fu un’ulteriore conferma di una verità amara: il mondo nuovo non si costruiva più con le spade, ma con accordi che nessuno ama davvero. Accordi che salvano città e distruggono reputazioni, che evitano il sangue e moltiplicano l’odio.
Guardando Gerusalemme, Tommaso comprese che quella crociata non era stata una redenzione, ma una prova generale di un ordine diverso. Un ordine in cui il potere non ha più bisogno di vincere apertamente, ma di convincere, isolare, negoziare.
E capì anche un’altra cosa: se l’Impero aveva potuto entrare nella città santa senza combattere, allora nessuna città era più al sicuro. Né per la guerra, né per la pace.

“Rappresentazione simbolica dell’accordo con il Papa”
Capitolo XVI
– Il conte del Papa (1229–1241)
Il mare restituisce gli uomini. Non cancella, però, ciò che hanno scelto.
Quando le navi toccarono di nuovo le coste d’Italia, Tommaso di Celano non era più un Conte in attesa di giudizio, né un ribelle sospeso tra perdono e condanna. Era qualcosa di più chiaro e, per questo, più pericoloso: un uomo che aveva scelto da che parte stare.
Non con l’Impero.
Non più.
E, per necessità, con la Chiesa.
Nessuna riconciliazione
Federico II tornò dall’Oriente con Gerusalemme nelle mani e la scomunica ancora sulle spalle. Aveva vinto senza combattere, ma aveva perso ciò che più contava: la legittimità morale agli occhi del Papa.
Tommaso lo sapeva. E non si fece illusioni. Il viaggio in Terra Santa non aveva creato una fedeltà. Aveva soltanto chiarito una distanza. Troppo grande per essere colmata, troppo profonda per essere ignorata. Appena rientrati in Italia, le ostilità ripresero. Non come ribellione feudale, ma come guerra politica.
Il conte del Papa
Gregorio IX non esitò. Nel momento in cui Federico, durante la sua assenza, aveva lasciato scoperta parte della Puglia, le truppe pontificie avanzarono. E il Papa fece ciò che ogni sovrano spirituale fa quando decide di passare dalle parole alle armi: scelse uomini che non avessero più nulla da perdere.
Tommaso di Celano era uno di questi.
Le cronache, che fino a quel momento avevano esitato sul suo nome, improvvisamente furono esplicite:
«Il Pontefice… fece suoi Generali dell’armi Tomaso Conte di Celano ribelle di Federigo, & Pandolfo Sauello suo Cameriere, li quali con impeto presero Capoua, o tutta Terra di Lavoro…» (Buonfiglio Costanzo)
Il termine ribello non era più un’accusa. Era diventato un titolo politico.
Tommaso guidava l’esercito del Papa contro l’Imperatore. Non come mercenario, ma come aristocratico che riconosceva nella monarchia federiciana una minaccia mortale per l’equilibrio feudale del Regno.
Campagna e Molise
Nulla sappiamo con precisione del suo ruolo operativo in quella campagna. Le fonti tacciono sui dettagli, come spesso accade quando un uomo agisce più come simbolo che come comandante tattico. Ma è verosimile che, in quel frangente, Tommaso abbia riacquistato per breve tempo l’esercizio dei suoi diritti in Molise. Non per concessione imperiale, ma per vuoto di potere.
Un ritorno parziale, instabile, destinato a essere revocato.
Infatti, nei mesi successivi, la contea fu restituita al conte Ruggero di Fondi, mentre Federico II — nonostante le pressioni della Curia — rifiutò ostinatamente di riammettere Tommaso nei suoi diritti. Le argomentazioni giuridiche precise dell’Imperatore non ci sono giunte. Ma il senso politico è chiaro: Tommaso non doveva tornare.
Tommaso capì allora che non stava perdendo soltanto territori, ma possibilità.
San Germano e Ceprano: la pace che non include
Durante le trattative di San Germano e Ceprano, Gregorio IX tentò fino all’ultimo di ripristinare la validità dell’accordo del 1223 a favore del Conte di Celano. Federico resistette. Non per ostinazione personale, ma per necessità di sistema. Accettare Tommaso avrebbe significato ammettere che un grande feudatario poteva ribellarsi, resistere, sopravvivere e infine tornare.
Un precedente inaccettabile.
Per questo, anche dopo la pace, il Papa fu costretto a ripetere formalmente la richiesta il 28 agosto 1230, da Anagni, in occasione delle congratulazioni ufficiali all’Imperatore. Fu inutile.
L’esilio che si allunga
Tommaso comprese allora che il suo esilio non sarebbe stato di tre anni. Sarebbe stato di una generazione.
Negli anni successivi acquistò beni ad Alatri, segno evidente di una permanenza stabile nella Campagna meridionale. Non era un uomo in fuga. Era un aristocratico in attesa, consapevole che il tempo poteva diventare un’arma.
Giuditta gli rimase accanto. Non più come castellana, ma come custode della continuità familiare. Il loro potere non si esercitava più sulle mura, ma sulle relazioni, sulle alleanze, sulla memoria.
La guerra del 1240
Nel 1240, quando Federico II — nuovamente scomunicato — fece occupare lo Stato della Chiesa, Tommaso tornò a impugnare apertamente le armi. Il Papa gli affidò il comando di duecento cavalieri per soccorrere Spoleto contro le truppe imperiali.
Non fu una guerra vittoriosa. Ma fu una guerra coerente. Prima che la città si sottomettesse, Tommaso era già tornato a Roma.
Nel maggio del 1241 lo troviamo nella chiesa di San Clemente, presente a un’udienza del cardinale Raniero Capocci. Non era un esule dimenticato. Era un uomo di fiducia del partito pontificio.
Il riconoscimento finale
Dopo la deposizione di Federico II, il quadro mutò.
Nel luglio 1247, Papa Innocenzo IV rinnovò a Tommaso e a Giuditta la protezione apostolica speciale e restituì loro feudi e possessi. Non fu una grazia tardiva. Fu un riconoscimento politico.
Anche se le fonti dirette tacciono, una deposizione del 1276 ci informa che nel 1251, poco prima dell’arrivo di re Corrado, Tommaso tentò di impadronirsi del castello di Ocre, riuscendo a scacciare Gualtieri di Ocre, futuro cancelliere di Corrado IV e di Manfredi.
Era il segno che non aveva mai rinunciato.
L’opposizione radicale
Tommaso di Celano fu, più di ogni altro grande feudatario del Regno, colui che comprese per primo la portata del nuovo programma politico di Federico II: uno Stato centralizzato, giuridico, amministrativo, incompatibile con l’autonomia aristocratica tradizionale.
Per questo resistette. Non per nostalgia. Per sopravvivenza politica.
Accettò un esilio che durò quasi trent’anni, perché ogni forma di sottomissione avrebbe significato la fine non solo del suo potere, ma del modello stesso incarnato da suo padre Pietro.
Il suo ritorno nel 1251 dimostra che non aveva mai smesso di credere nell’eredità ricevuta. Non una contea soltanto. Ma un’idea di autonomia.
E così, mentre l’Impero si rafforzava e il mondo cambiava, Tommaso di Celano rimase ciò che era sempre stato: un uomo che non seppe vincere, e che non accettò mai, davvero, di essere vinto.

“rappresentazione simbolica di Giuditta”
Capitolo XVII
– Giuditta e la lunga attesa
L’attesa non è passiva. È una forma di governo.
Giuditta di Molise lo aveva imparato presto, quando ancora le mura rispondevano alla sua voce e i castelli erano luoghi vivi, non rovine da ricordare. Ma lo imparò davvero negli anni dell’esilio, quando il potere non si esercita più con ordini gridati, bensì con decisioni silenziose.
Mentre Tommaso combatteva, trattava, tornava a essere scacciato e poi richiamato, Giuditta restava. Non immobile, ma radicata nel tempo.
La contessa senza castello
Quando Celano fu distrutta e il Molise revocato, Giuditta non perse soltanto una sede di potere. Perse il luogo visibile del suo ruolo. E tuttavia non smise di essere contessa. Perché, nel mondo feudale, la dignità non risiede solo nella terra, ma nella continuità della persona.
Giuditta continuò a essere riconosciuta. Da baroni, da notai, da uomini di Chiesa. Anche quando i titoli erano sospesi, la sua autorità restava intatta nella memoria. Si muoveva tra Campagna e Lazio, tra famiglie alleate, monasteri, curie minori. Non cercava visibilità. Cercava tenuta.
Ogni visita, ogni atto notarile, ogni matrimonio negoziato era un filo che impediva alla casa di Celano di dissolversi.
Madre prima che reggente
C’era un’assenza che pesava più di tutte: quella del figlio dato in ostaggio. Il suo nome non ci è giunto. Ma il suo silenzio sì.
Giuditta non parlava di lui apertamente. Non lo usava come argomento politico. Non supplicava. Sapeva che il dolore, quando diventa pubblico, perde forza. Ma ogni decisione che prendeva era orientata a una sola cosa: garantire un futuro.
Ruggero, l’altro figlio, cresceva osservando. Non imparava l’arte della guerra dalle armi, ma dalla resistenza. Imparava che un potere può essere negato per anni e poi tornare, se non viene mai abbandonato interiormente.
L’alleanza con il tempo
A differenza di Tommaso, Giuditta non sfidava frontalmente l’Impero. Lo aspettava.
Sapeva che Federico II non era eterno. Che la sua forza, per quanto immensa, era legata a un progetto destinato a incontrare resistenze, logoramenti, fratture. Giuditta investiva nel tempo lungo.
Quando Tommaso partì per la Terra Santa, lei non lo seguì come un’ombra, ma come un polo opposto. Lui si muoveva nel mondo degli eventi; lei costruiva la possibilità del ritorno.
Acquistava protezioni. Manteneva contatti. Custodiva documenti. Conservava memorie.
Era lei a ricordare a tutti chi fossero i Celano, quando l’Impero avrebbe preferito che fossero dimenticati.
La donna che Federico temeva
Federico II rispettava l’intelligenza. E temeva la costanza.
Giuditta incarnava entrambe.
Non ci sono lettere dirette che attestino un confronto esplicito tra lei e l’Imperatore negli anni successivi al 1223. Ma la sua presenza è riconoscibile nelle decisioni: nel reintegro temporaneo dei diritti, nella cautela usata contro la sua persona, nella protezione apostolica che più volte la include esplicitamente.
Federico sapeva che colpire Giuditta avrebbe significato creare una martire aristocratica. E questo, più di ogni ribellione armata, avrebbe alimentato l’opposizione.
Così la lasciò vivere.
E, nel lasciarla vivere, le permise di resistere.
Il ritorno senza clamore
Quando nel 1247 Innocenzo IV rinnovò la protezione apostolica a Tommaso e Giuditta, non fu soltanto un atto politico. Fu il riconoscimento di una fedeltà silenziosa.
Giuditta non aveva guidato eserciti. Aveva guidato una linea di continuità.
Quando Tommaso tentò di rientrare nei suoi diritti nel 1251, quando Ruggero fu infine investito, quando la casa di Celano tornò a essere nominata nei documenti con rispetto, dietro quelle azioni c’era un lavoro lungo, invisibile, paziente.
C’era Giuditta.
L’ultima lezione
Le cronache, come spesso accade, si stancarono di lei. Si concentrarono sui figli, sui successori, sui nuovi equilibri. Ma la sua opera era compiuta.
Aveva dimostrato che il potere non è solo espansione, ma conservazione. Che la resistenza non è sempre rumorosa. Che una donna, in un mondo di uomini armati, può essere l’asse più stabile di una dinastia.
Se Tommaso fu l’uomo che non si piegò, Giuditta fu la donna che non lasciò cadere.
E mentre l’Impero mutava, mentre le mappe venivano ridisegnate, mentre i nomi si perdevano, lei rimase ciò che era sempre stata: la custode di un ritorno possibile, anche quando il ritorno sembrava negato.

“rappresentazione simbolica di Ruggero di Celano”
Capitolo XVIII
– Ruggero, l’erede dell’assenza
Ruggero, figlio del conte Tommaso, non conobbe la contea come possesso stabile.
La conobbe come promessa sospesa. E imparò presto che, per sopravvivere, non avrebbe dovuto imitare Tommaso. Avrebbe dovuto comprenderlo.
Un’infanzia senza mura
Ruggero non ebbe un castello da percorrere a memoria.
Non ebbe torri che insegnano l’orizzonte né fossati che insegnano la distanza. La sua infanzia si svolse tra luoghi provvisori: case di parenti, residenze ecclesiastiche, dimore che non erano mai del tutto casa.
Ogni trasloco non era una fuga, ma un aggiustamento.
E ogni aggiustamento portava con sé una lezione.
Giuditta lo educava senza indulgenze.
«Ricorda», gli diceva, «chi sei non dipende da dove dormi.»
Gli parlava del nonno Pietro, dell’epoca in cui la casa di Celano non chiedeva permesso. Gli parlava del padre non come di un eroe sconfitto, ma come di un uomo che aveva scelto di non smettere.
Ruggero ascoltava.
E osservava.
L’ombra del fratello
C’era un’assenza che nessuno nominava ad alta voce: quella del fratello dato in ostaggio.
Il suo nome non compare nei documenti, ma nella casa era una presenza costante, come un posto vuoto a tavola.
Ruggero comprese presto che quel fratello era diventato una moneta politica.
Un corpo a garanzia di una pace che non aveva funzionato. Un prezzo pagato senza ricevuta.
Da allora imparò a diffidare degli accordi che chiedono carne invece di parole.
Non odiava l’Impero. Lo temeva.
E il timore, per lui, non diventò mai rabbia: diventò prudenza.
L’eredità che non si proclama
Quando Tommaso tornava a Roma, Ruggero lo osservava come si osserva un uomo che appartiene a un altro tempo. Il padre parlava di autonomia, di dignità feudale, di resistenza. Parole vere, ma pesanti.
Ruggero capiva che il mondo stava cambiando.
Il potere non si conquistava più solo con le armi o con la fedeltà personale. Si spostava verso i documenti, le investiture, le alleanze con la Chiesa, le conferme pontificie.
Giuditta lo sapeva.
E lo guidava.
«Tuo padre ha resistito perché non c’era alternativa», gli disse una volta.
«Tu dovrai sopravvivere perché l’alternativa esiste.»
Non era un tradimento dell’eredità.
Era la sua trasformazione.
Il tempo che matura
Negli anni Quaranta del secolo, mentre Federico II consolidava il suo progetto statale e poi cominciava a incrinarsi sotto il peso delle scomuniche, Ruggero cresceva lontano dai clamori.
Non guidava eserciti.
Non firmava proclami.
Ma compariva nei luoghi giusti, accanto alle persone giuste.
I notai cominciarono a registrare il suo nome senza diffidenza.
I prelati lo ascoltavano.
I baroni lo valutavano.
Era giovane, ma non impaziente.
Sapeva che il ritorno della casa di Celano non sarebbe stato un assalto, ma un rientro graduale, reso possibile dalla stanchezza del conflitto generale.
La caduta dell’Imperatore
Quando Federico II morì, il mondo non cambiò all’improvviso.
Ma si allentò.
I nodi che l’Imperatore aveva stretto con forza cominciarono a sciogliersi uno a uno. E tra quei nodi c’era anche la lunga esclusione della casa di Celano.
Tommaso vide aprirsi uno spiraglio.
Ma fu Ruggero a capirne la misura.
Nel 1254 papa Innocenzo IV conferì a Ruggero la contea di Molise.
Non come restituzione nostalgica, ma come investitura nuova. Un atto che guardava avanti, non indietro.
Ruggero accettò senza trionfalismi.
Sapeva che quella contea non era il mondo del padre. Era un territorio diverso, in un equilibrio diverso, sotto un’autorità diversa.
Ma era legittima.
L’uomo del passaggio
Le fonti lo descriveranno come un uomo pacifico, capace di accattivarsi amici, privo dell’energia feroce dei suoi antenati. E non sbaglieranno.
Ruggero non era fatto per la guerra permanente.
Era fatto per tenere insieme.
Fu lui l’anello tra due epoche: tra il feudalesimo combattente di Pietro e Tommaso, e l’amministrazione più composta del tardo XIII secolo.
Non tradì il sangue.
Lo rese compatibile con il tempo.
La memoria come confine
Quando Ruggero si recò a Isernia, il 19 ottobre, con il titolo di conte di Celano, Molise e Albe, sapeva che quel nome non coincideva più con una rocca inespugnabile.
Coincideva con una memoria sopravvissuta.
Portava con sé l’eco di Celano distrutta, dei Celanesi deportati, dell’esilio del padre, dell’attesa della madre. Tutto questo non gli dava forza militare, ma legittimità morale.
E nel nuovo mondo che stava nascendo, valeva più di un esercito.
Ciò che resta
Ruggero visse fino al 1282.
Vide mutare re, papi, equilibri. Vide spegnersi l’eco diretta della grande opposizione a Federico
La contea di Molise, come grande unità feudale, si estinse nel 1297.
Ma sopravvisse come divisione amministrativa permanente del Regno.
Era il segno ultimo di una lotta perduta e vinta insieme.
Se Pietro aveva costruito,
se Tommaso aveva resistito,
se Giuditta aveva custodito,
Ruggero aveva traghettato.
E in quel traghetto — silenzioso, lungo, poco epico — la casa di Celano non scomparve.
Si trasformò.
Continuazione storica – Oltre Ruggero
La storia della contea di Celano non si chiuse con Ruggero, né seguì una linea semplice.
Non vi fu un riscatto acquistato con denaro, né una restituzione netta concessa da un sovrano vincitore.
La contea fu perduta e riacquistata più volte, attraverso matrimoni, doti e dispute feudali, come accade alle grandi signorie quando il potere non è più assoluto ma negoziato.
Nel 1270 Carlo I d’Angiò concesse la contea d’Albe in dote a Filippa Berardi, figlia di Ruggero conte di Celano, in occasione del suo matrimonio con Pietro di Beaumont, uno dei suoi più fedeli sostenitori. Fu un passaggio che non cancellava la memoria della casa di Celano, ma la inseriva in un nuovo sistema di alleanze, più dinastico che militare.
I Berardi persero e riconquistarono il controllo su Celano in momenti diversi, attraversando confische, restituzioni parziali, contese giuridiche e nuovi equilibri politici. Non fu il denaro a determinare il ritorno, ma la capacità di adattarsi a un mondo in cui il potere si trasmetteva sempre meno con le armi e sempre più con i legami.
Così la storia di Celano continuò.
Non come epopea lineare, ma come permanenza trasformata.
E forse è proprio questo il lascito più duraturo della sua stirpe: non l’aver vinto, ma l’aver attraversato il cambiamento senza scomparire.

“i due simboli – Sullo sfondo, i resti del castello medievale di Celano distrutto nel 1223; in primo piano, il castello successivo, ricostruito in epoca posteriore e tuttora esistente”
Capitolo XIX
– Il carattere che resta
Ci sono uomini che perdono tutto e tuttavia vincono il tempo. Tommaso di Celano fu uno di questi. Non lasciò una città intatta, né una dinastia potente, né un dominio continuo; lasciò qualcosa di più difficile da misurare e più difficile da distruggere: un carattere. E quel carattere, nei secoli, divenne il tratto riconoscibile dei Celanesi.
Dopo la morte di Federico II, quando l’Impero cessò di essere una macchina implacabile e divenne un’eredità contesa, Celano tornò lentamente a vivere e a riprendere il proprio nome al posto di quello di Cesarea. Eppure, sotto quel nome imposto, la città che rinasceva non era nuova: era Celano che resisteva. Cesarea durò quanto dura un’imposizione che non attecchisce davvero, forse nelle pergamene, ma non nelle bocche.
La città tornò a chiamarsi Celano perché così la chiamavano coloro che la abitavano. E una città vive prima nella voce dei suoi uomini che nei documenti del potere. In quel ritorno del nome c’era tutto: la sconfitta dell’Impero, il fallimento dell’oblio, la vittoria lenta e ostinata della memoria.
I Celanesi che ricostruirono la città non erano i deportati di Malta, ma uomini delle valli, Marsicani, genti chiamate a ripopolare un luogo svuotato. Erano altri, ma non estranei nello spirito. Davanti avevano rovine, alle spalle un divieto, dentro una memoria trasmessa non dai documenti, ma dai racconti.
Sapevano che quella città era caduta non per debolezza, ma per eccesso di autonomia; che era stata distrutta non per miseria, ma per non essersi piegata. Ricostruire Celano significò allora una cosa sola: abitare un luogo sapendo che il potere può tornare a distruggerlo, e tuttavia scegliere di restare.
Tommaso di Celano non tornò a governare la città ricostruita. Non ne vide le mura risalire né le case riprendere forma. Eppure fu presente in ogni gesto: nella diffidenza verso il potere centrale, nella fierezza dei rapporti interni, nella capacità di resistere senza clamore.
Il suo esempio non insegnò la vittoria. Insegnò la coerenza.
I Celanesi non impararono da Tommaso a vincere contro l’Impero, ma qualcosa di più raro e più duraturo: a non farsi assimilare.
Quel carattere non nasceva dal nulla. Tommaso attingeva a una tradizione più antica di lui, più antica dei conti e delle città: quella del popolo dei Marsi. Un popolo di montagna, temprato dalla pietra e dal silenzio, abituato a vivere libero in territori difficili, dove l’obbedienza non era automatica e l’autorità doveva essere riconosciuta, non subita.
Roma lo aveva capito secoli prima e lo aveva detto con lucidità spoglia: nec sine Marsis nec contra Marsos triumphari posse. Non si può trionfare né senza i Marsi né contro i Marsi. I Marsi non erano il popolo che cercava l’Impero; erano il popolo che l’Impero doveva tenere in conto. Tommaso incarnò questa eredità in forma medievale, non come ribellione cieca, ma come resistenza strutturata; non come rifiuto del mondo, ma come rifiuto di essere ridotto.
Nei secoli successivi Celano non fu capitale, non fu centro imperiale, non fu cuore di grandi regni. Ma conservò ciò che altri luoghi persero: la coscienza di sé. Uno spirito indomito ma non rumoroso, tenace ma non cieco, capace di opporsi e di attendere, di perdere senza dissolversi.
Questo è il lascito di Tommaso: non un titolo, non una contea, ma una misura umana del potere.
Se Federico II rappresentò il futuro dello Stato, Tommaso di Celano rappresentò il limite oltre il quale quel futuro non poteva avanzare senza spezzare gli uomini. E se l’Impero vinse sul piano delle istituzioni, Celano vinse sul piano dell’identità.
Per questo quella storia non è finita. Tommaso perse tutto ciò che poteva perdere e tuttavia lasciò ai suoi un’eredità più duratura di qualsiasi dominio: la capacità di non piegarsi senza, per questo, smettere di esistere.
Capitolo XX
– Conclusioni
In questi anni di ferro e di fuoco, Celano non fu soltanto teatro di eventi, ma luogo di destino.
Al centro di quella prova si staglia la figura di Tommaso di Celano: conte, uomo d’arme e di governo, che scelse di restare fedele alla propria terra quando la resa appariva più sicura della resistenza. La sua non fu una sfida cieca, ma l’assunzione consapevole di un rischio in nome della comunità che gli era affidata. In lui si riconosce uno spirito antico, fatto di tenacia, dignità e responsabilità, che attraversa la storia marsicana ben oltre il suo tempo.
Accanto a Tommaso vi fu Giuditta, presenza ferma e silenziosa, capace di reggere il peso dell’attesa, dell’assedio e della fame. Nel governo delle rocche e nella tutela dei figli, ella incarnò una forza che non si misura con le armi, ma con la capacità di tenere unito ciò che la guerra tenta di spezzare. E con lei i figli, coinvolti fin dall’infanzia in una vicenda che li rese testimoni precoci della perdita e depositari di una memoria destinata a durare.
Intorno a queste figure si muove un coro più ampio: uomini che combatterono sulle mura di Bojano e Roccamandolfi, comunità dei paesi marsicani travolte dagli scontri, dalle requisizioni e dalle vendette. Terre percorse dagli eserciti, case abbandonate, campi devastati: una guerra che non colpì soltanto le fortezze, ma la vita quotidiana di intere popolazioni.
E sopra ogni cosa, vi furono i Celanesi.
Uomini e donne costretti a lasciare la propria città, dispersi, esiliati, privati dei luoghi della fede e della memoria. Alcuni tornarono a ricostruire, altri non fecero più ritorno. Tutti portarono con sé il segno indelebile di quegli anni.
Ricordare oggi Tommaso, Giuditta, i loro figli e quanti condivisero quella sorte non significa celebrare una sconfitta, ma onorare una fedeltà:
la fedeltà a una terra, a una comunità, a un’identità che seppe sopravvivere alla distruzione e al tempo.
Questa memoria non chiede rivincite né contrapposizioni.
Chiede rispetto.
Perché Celano vive ancora anche in quelle scelte, in quei sacrifici, in quelle vite spezzate e poi ricomposte. E nel ricordarle, riconosciamo non solo ciò che siamo stati, ma ciò che continuiamo a essere.

“Rappresentazione simbolica di Tommaso e Giuditta sullo sfondo dei simboli delle due Celano”.
Epilogo
Celano non fu distrutta per un gesto isolato, ma perché continuava a esistere come comunità intera, con la propria memoria, le proprie gerarchie e un modo autonomo di intendere il potere. In un tempo che chiedeva obbedienza scritta e riconoscimenti concessi dall’alto, Celano restava fedele a un ordine più antico, fondato sulla terra, sulla rocca, su un’appartenenza che non chiedeva permesso.
Tommaso non fu un avventuriero né un ribelle per vocazione. Fu l’ultimo anello visibile di una continuità e agì come avevano agito i suoi predecessori, difendendo un territorio che non era soltanto possesso, ma responsabilità. Non cercò la guerra per ambizione personale: la sostenne perché rinunciarvi avrebbe significato accettare che la propria terra non fosse più casa, ma concessione revocabile.
Accanto a lui non vi fu una corte, ma una donna che seppe comandare. Giuditta non difese una rocca per orgoglio, ma per guadagnare tempo: agli uomini che combattevano, ai figli che dovevano vivere, a un popolo che non poteva essere sacrificato senza senso. Quando scelse di arrendersi, non lo fece per debolezza, ma per impedire che la resistenza si trasformasse in sterminio inutile. Anche fermarsi, talvolta, è una forma di comando.
E poi ci furono i Celanesi: quelli che combatterono, quelli che portarono pane e notizie, quelli che persero la casa, il campo, il bestiame. Ci furono coloro che morirono negli scontri e quelli che morirono dopo, lontano, nella dispersione. Celano cadde non perché fosse soltanto una città, ma perché era una comunità, in un mondo che stava imparando a spezzare le comunità per governarle meglio.
Per questo non bastava sconfiggere un uomo. Bisognava colpire il luogo, il nome, la forma stessa dell’abitare. La distruzione non fu cieca furia, ma chirurgia politica: le mura rase al suolo, le case bruciate, la popolazione dispersa non cancellarono Celano, la sradicarono.
Il ritorno non fu una restituzione, ma una concessione vigilata. La città rinacque più in basso, sotto le rovine annerite del monte, come sotto lo sguardo di ciò che non doveva più tornare. Cambiò nome, mutò assetto, si adattò. Ma non dimenticò.
Perché la memoria non segue le stesse leggi del potere. Si può disperdere un popolo, ma non impedire a una comunità di riconoscersi, nel tempo, come erede di ciò che ha perduto.
Questo libro non celebra chi vinse.
Ricorda chi restò.
Nota dell’autore
Questo libro nasce da una lunga ricerca storica e da una scrittura consapevole, condotta nel tempo attraverso fonti cronachistiche, documentarie e storiografiche, integrate da studi archeologici e antropologici relativi alla Marsica, al Regno di Sicilia e all’arcipelago maltese nel pieno Medioevo.
La ricostruzione degli eventi legati alla caduta di Celano e alla deportazione dei suoi abitanti si fonda in particolare sulle cronache coeve, a partire da Riccardo di San Germano, e su una lettura critica delle divergenze, delle stratificazioni e dei silenzi che tali fonti presentano.
Per quanto riguarda Malta, il quadro interpretativo è stato arricchito dagli studi sul popolamento rurale medievale dell’isola, sui villaggi abbandonati, sulle cappelle isolate e sulle strutture agricole di lunga durata. Queste ricerche consentono di leggere il paesaggio maltese non come semplice sfondo, ma come vero e proprio archivio storico, capace di restituire le tracce di comunità che hanno inciso nel tempo non attraverso il potere, ma attraverso la permanenza.
La forma narrativa adottata non intende sostituirsi alla storiografia, ma accompagnarla, restituendo voce e durata a ciò che le fonti registrano spesso solo in forma amministrativa o marginale. Laddove la documentazione tace, il racconto non inventa fatti, ma ricompone contesti, mantenendo sempre distinguibile il confine tra ciò che è attestato, ciò che è probabile e ciò che appartiene alla dimensione umana dell’esperienza storica.
Nel corso del lavoro sono stati utilizzati strumenti digitali come supporto redazionale e di organizzazione del materiale, senza che ciò incidesse sull’impianto narrativo, sulle scelte stilistiche o sull’interpretazione storica, che restano integralmente dell’autore. Tali strumenti sono stati impiegati come ausilio tecnico, non come sostituzione del pensiero critico o della responsabilità interpretativa.
Questo libro non nasce per celebrare vincitori né per riaprire giudizi, ma per restituire dignità storica a una comunità colpita non solo nella sua forma politica, ma nella sua continuità. Se ha un intento, è quello di ricordare che la storia non è fatta soltanto di decisioni sovrane, ma anche di vite che attraversano quelle decisioni e ne portano il peso nel tempo.
Giancarlo Sociali
Fonti e Bibliografia
I. Fonti primarie e raccolte documentarie medievali
- Archivio Segreto Vaticano, Registra Vaticana, Reg. Vat. 21, f. 456 (V, 162–163).
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- Scriptores rerum Germanicarum, XVI, Burchardi praepositi Urspergensis Chronicon, a cura di O. Holder-Egger – B. von Simson, Hannoverae–Lipsiae 1916.
- Rerum Italicarum Scriptores, 2ª edizione:
- Rolandini Patavini Chronica, VIII, 1, a cura di A. Bonardi.
- Chronicon Marchiae Tarvisinae et Lombardiae, VIII, 3, a cura di L. A. Botteghi.
- Annales Siculi, V, 1, a cura di E. Pontieri.
- Ryccardi de Sancto Germano Chronica, VII, 2, a cura di C. A. Garufi.
- Recueil des historiens des Croisades, Historiens occidentaux, II, Paris 1859: L’Estoire de Eracles Empereur.
- Regesta Imperii, V, a cura di J. F. Böhmer – J. Ficker – E. Winkelmann, Innsbruck 1881–1901.
- Regesta Pontificum Romanorum:
- P. Pressutti, Regesta Honorii Papae III, Roma 1888–1895.
- E. Berger, Les registres d’Innocent IV, Paris 1884–1921.
- L. Auvray, Les registres de Grégoire IX, Paris 1890–1955.
II. Storiografia generale sull’età di Federico II e il Regno di Sicilia
- L. A. Muratori, Delle antichità Estensi, I, Modena 1717.
- J.-L.-A. Huillard-Bréholles, Historia diplomatica Friderici II, Paris 1852.
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- E. Winkelmann, Philipp von Schwaben und Otto von Braunschweig, Leipzig 1878.
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- E. Sthamer, Die Verwaltung der Kastelle im Königreich Sizilien, Leipzig 1914.
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- W. Hagemann, Studien zur Geschichte der Marken im Zeitalter der Staufer, in Quellen und Forschungen, XLIV (1964).
- H. Tillmann, Azzo von Este Markgraf von Ancona, in Historisches Jahrbuch, LXXXV (1965).
IV. Studi locali: Marsica, Molise, Celano
- T. Brogi, La Marsica antica medioevale, Roma 1900.
- F. Terra Abrami, Cronistoria dei conti dei Marsi poi detti di Celano, in Boll. Soc. Storia Patria Abruzzese, XVI (1904).
- G. Ciarlanti, Memorie istoriche del Sannio, IV, Campobasso 1823.
- G. Masciotta, Il Molise dalle origini ai nostri giorni, vol. I.
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- R. Frattolillo – B. Bertolini, Il tempo sospeso. Donne nella storia del Molise, Campobasso 2007.
V. Studi archeologici e antropologici su Malta
- David G. Hahs, Medieval Malta: Abandoned Villages, Chapels and Farmhouses, Master’s Thesis, Department of Anthropology, 2010.













