
Tommaso, nato a Celano nella Marsica (provincia dell’Aquila) intorno al 1190 e morto nel 1260 circa,
fu nobile, erudito, sacerdote e frate francescano, accolto dallo stesso san Francesco nell’Ordine minoritico verso il 1215. Missionario in Germania dal 1221, custode e poi vicario di quella provincia religiosa dal 1223, è innanzitutto noto come il “padre” dell’agiografia francescana.
Fu infatti lui l’autore della prima biografia del Santo di Assisi, la Vita beati Francisci, voluta da papa Gregorio IX e dal vicario generale dell’epoca, frate Elia, che vide la luce – e l’approvazione ufficiale – all’inizio del 1229. A questa seguì la Vita beati patris nostri Francisci, composta poco prima del 1239 su richiesta del ministro generale frate Elia, un testo riscoperto solo in tempi recentissimi, nel 2015, da Jacques Dalarun e presentato al mondo francescano e accademico.
La sua “avventura” agiografica prosegue nel 1244, quando gli viene affidato l’incarico di redigere una nuova vita di Francesco. Avvalendosi allora delle memorie scritte dai compagni dell’Assisiate e da altri frati, nel 1247 Tommaso appronta il Memoriale, di cui oggi possediamo l’edizione critica, pubblicata nel 2011 grazie al lavoro di mons. Felice Accrocca e di p. Aleksander Horowski OFMCap. Come parte integrante e indispensabile di ogni leggenda agiografica medievale, qualche anno più tardi Tommaso aggiunge al Memoriale il Trattato dei miracoli del Santo, che conclude approssimativamente intorno al 1253.
Più tardi, dopo la canonizzazione di santa Chiara – celebrata ad Anagni da papa Alessandro IV nel 1255 – compone la sua biografia, la Legenda sanctae Clarae virginis. La paternità di questo scritto è stata a lungo dibattuta, ma gli studi di p. Marco Guida OFM, pubblicati nel 2010, hanno confermato con buona sicurezza che ne fu autore proprio Tommaso da Celano. Ritiratosi, attorno al 1256, dopo quest’ultima fatica agiografica, morì nel monastero delle Clarisse a Val dei Varri verso il 1260, dove rimase sepolto fino al 1517. In quell’anno le sue reliquie furono traslate nella chiesa dei Frati Minori Conventuali di Tagliacozzo, dove tuttora riposano. Qui gode di un antico culto locale ed è invocato da secoli come “beato”, sebbene manchi ancora una formale approvazione da parte della Santa Sede.

Tommaso nell’Ordine e la nascita delle biografie
Una preziosa notizia autobiografica attesta che egli fu ricevuto nell’Ordine dal fondatore, di ritorno dalla Spagna, alla Porziuncola, intorno agli anni 1214-1215, in mezzo a quidam litterati viri et quidam nobiles (Vita I S. Francisci, n. 57), essendo già probabilmente sacerdote o almeno clericus.
Dalla Cronaca di Giordano da Giano sappiamo che, nel Capitolo del 1221, si offrì volontario per la difficile missione in Germania, guidata dal ministro provinciale Cesario da Spira; lì, nel 1222, fu Custode dei conventi di Magonza, Worms e Colonia e l’anno successivo vicario dello stesso Cesario, rientrato in Italia. È altamente verosimile che Tommaso fosse presente al transito del Serafico Padre (3 ottobre 1226) e alla canonizzazione (16 luglio 1228); di certo, nel 1230, lo troviamo in Assisi a donare a fra Giordano alcune piccole reliquie del Santo.
Pare si possa identificare lui con “uno dei compagni” dissuaso in visione da san Francesco dal darsi alla predicazione (Vita II, n. 195); è stato inoltre ipotizzato un suo concorso alla fondazione dei conventi di Celano (1256) e di Tagliacozzo (1223 o 1259) e alla fondazione o alla trasformazione secondo la Regola clariana del monastero di Santa Maria in San Giovanni a Val dei Varri (1230-1250 circa). Qui, nell’ufficio di cappellano delle Clarisse, concluse i suoi giorni nel silenzio.

Con la morte di Francesco, la fedeltà rigorosa alla Regola cominciò rapidamente ad affievolirsi. In una parte consistente e influente del clero e dell’Ordine si affermò l’idea che del Santo non si dovesse tanto imitare la vita – ritenuta “inimitabile” – quanto venerarlo come modello altissimo, ma distante.
Questa tendenza fu dapprima contrastata dai cosiddetti “rigoristi”, che volevano un’applicazione integrale della volontà di Francesco; al contrario, i “moderati” ritenevano non incompatibile con l’ideale francescano il possesso di beni da parte dell’Ordine. Questa contrapposizione attraversò i secoli e alcuni frati pagarono con la vita o con il carcere la difesa delle proprie posizioni

Dopo la morte di Francesco nel 1226, Gregorio IX lo canonizzò con un processo rapidissimo e affidò al “nostro” Tommaso l’incarico di comporre una biografia ufficiale del Santo, affinché le sue virtù e i suoi miracoli fossero tramandati alle generazioni future. Tommaso dovette così districarsi tra testimonianze contrastanti, provenienti dai vari “fratelli”, e fu costretto a dare alla sua opera una struttura complessa, in tre parti, maturate in almeno due fasi distinte.
Nell’elaborare la sua opera, Tommaso dichiara di voler narrare fatti ascoltati dalla viva voce del Santo e raccolti dalle testimonianze dei frati più vicini a lui. Si propone di esaltare soprattutto le scelte di vita, le regole impartite dal Poverello, il suo stile evangelico, manifestando scarso interesse per i miracoli. Nell’episodio delle stimmate – nodo delicatissimo – egli tenta di difendere Francesco e l’Ordine dalla crisi del progetto originario e dalla sua progressiva deformazione: un carisma nato per pochi compagni, per lo più laici, si trova ora a dover reggere migliaia di uomini, con problemi enormi di gestione.
La Chiesa istituzionale, minacciata e spiazzata da questo movimento potente e popolare, comincia a irrigidirsi e a porre le basi per un controllo sempre più stretto, cercando di “clericalizzare” l’Ordine e di ricondurre tutto all’antico modello religioso.

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Il desiderio di Francesco, al contrario, era quello di ritornare a una vita ascetica ed evangelica nella sua forma più originaria, progettando di riportare se stesso, ormai prossimo alla morte, alla primitiva “obbedienza”. Lo stesso proponeva ai fratelli: vedeva molti avidi di onori e cariche e, detestando questa corsa folle, cercava di richiamarli alla semplicità con l’esempio della propria vita. Francesco, attraverso la penna di Tommaso, appare amareggiato nel constatare che molti avevano abbandonato la via originaria per abbracciare “novità” e deviazioni; per questo implorava la divina clemenza perché liberasse i suoi figli e li mantenesse fedeli alla loro vocazione.
Tommaso, dopo la morte del Santo, lo invoca in due preghiere accorate, chiedendo che non abbandoni i suoi frati. Così scrive:
«O banditore illustre e nostro custode, non deporre con la tua carne mortale come la nostra la cura dei tuoi figli! Tu sai bene, lo sai, in quali pericoli li hai lasciati, tu che nelle innumerevoli fatiche e nelle frequenti prove con la tua benevola presenza in ogni momento eri l’unico a confortarli e ad animarli»
(I Cel., pars II, cap. 8, par. 3, AF X, p. 86).
E ancora:
«Ricòrdati, o misericordioso, dei tuoi poveri figli, ai quali non resta quasi più alcun conforto, ora che sei scomparso tu, che eri il loro unico e speciale sostegno… Essi sono ancora nel fango, chiusi in un carcere oscuro»
(I Cel., pars II, cap. 10, par. 18, AF X, p. 93).

Nella narrazione degli ultimi due anni di Francesco, consapevole della profonda crisi che attraversa l’Ordine, Tommaso propone tre diversi modi di accostarsi all’esempio del Santo ormai defunto. Comprendendo la novità del tempo, non si rivolge più soltanto ai frati, ma anche ai fedeli, invitandoli a fissare lo sguardo sulla vita e sulle scelte di Francesco, non su racconti meravigliosi che rischiano di scivolare nella leggenda. Egli stesso afferma:
«Abbiamo scritto poco dei miracoli del beato padre nostro Francesco e ne abbiamo omesso la maggior parte, lasciando ad altri che vorranno andare in cerca delle tracce la grazia di nuove benedizioni».
Nel raggruppare i miracoli all’interno della Vita prima, Tommaso vuole far comprendere al lettore che la santità di Francesco va cercata altrove: nel suo modello di vita, non nei prodigi e nelle guarigioni straordinarie. Il papa e i cardinali, nella canonizzazione, lo confermano con parole chiare:

«La vita santissima di quest’uomo santissimo non ha bisogno della verifica dei miracoli: noi stessi l’abbiamo vista con i nostri occhi, toccata con le nostre mani e vagliata, tenendo la verità per maestra»
(non indiget – inquiunt – miracolorum attestatione sanctissimi vita sanctissima, quam oculis nostris vidimus, manibus contrectavimus, magistra veritate probavimus, I Cel., pars III, par. 124, AF X, p. 99).
Dopo la messa da parte del Testamento di Francesco, nel 1230, e con la deposizione di frate Elia – fervente divulgatore del “miracolo inaudito” delle stimmate e promotore della costruzione della basilica di Assisi – si apre un periodo nebuloso, che culmina nella cancellazione della figura stessa di Elia, ritenuta ormai imbarazzante, attraverso la seconda biografia del Santo. Nel 1244 a Tommaso viene affidato un nuovo incarico: scrivere una nuova biografia di Francesco, che porterà a compimento in tre anni.
L’oblio programmato e la “caccia” alle opere di Tommaso
Il nostro Tommaso comincia allora a essere gradualmente emarginato, se non apertamente osteggiato, da una parte dei frati e del clero. Le sue prime opere su Francesco vengono, di fatto, oscurate e distrutte in seguito al Capitolo di Parigi del 1266, sotto la guida di Bonaventura da Bagnoregio:
Item praecipit generale capitulum per obedientiam quod omnes legendae de beato Francisco, olim factae, deleantur et, ubi inveniri poterunt extra ordinem, ipsas fratres studeant amovere, cum illa legenda, quae facta est per generalem, sit compilata prout ipse habuit ab ore illorum qui cum beato Francisco quasi semper fuerunt et cuncta certitudinaliter sciverunt, et probata ibi sint posita diligenter.
Il Capitolo generale, dunque, ordina per obbedienza che tutte le leggende su san Francesco composte in passato siano cancellate e, ovunque si trovino “fuori dall’Ordine”, i frati provvedano a rimuoverle, poiché la Legenda composta dal Ministro generale sarebbe stata redatta “come egli stesso l’aveva ricevuta dalla bocca di coloro che furono quasi sempre con il beato Francesco”.

Sotto Bonaventura – poi canonizzato – vengono promulgate le Costituzioni narbonesi, sulle quali si fonderanno in seguito tutte le costituzioni dell’Ordine. Il suo obiettivo principale è salvaguardare l’unità dei Frati Minori, prendendo posizione contro la corrente “spirituale” (influenzata da Gioacchino da Fiore e inclina a radicalizzare la povertà), e inserendo l’Ordine in modo più organico nel ministero pastorale e nella struttura della Chiesa. Nel Capitolo di Narbona del 1260 contribuisce a definire le norme che devono guidare la vita dell’Ordine – le Costituzioni “Narbonensi” – e riceve l’incarico di redigere una nuova biografia di Francesco, la Legenda Maior, destinata a diventare la biografia ufficiale del fondatore e a determinare la distruzione materiale delle opere di Tommaso.
Il Capitolo successivo, a Pisa nel 1263, approva l’opera del Ministro generale; nel 1266, a Parigi, si giunge a decretare la distruzione di tutte le biografie anteriori alla Legenda Maior, per proporre all’Ordine un’unica immagine del fondatore, in un momento in cui la pluralità delle letture fomentava contrapposizioni e divisioni
Questa operazione, eseguita con zelo “degno di miglior causa” dai francescani, comportò il saccheggio di biblioteche, anche di altri Ordini. Fu un vero e proprio “rogo” medievale di proporzioni eccezionali: centinaia di manoscritti andarono perduti. Si pensi che, al tempo della prima biografia di Tommaso, esistevano circa millecinquecento conventi francescani, ognuno dei quali possedeva almeno una Vita del fondatore; che una Legenda compendiata era inserita nel breviario di ogni frate; e che una biografia di Francesco, in forma ridotta, faceva parte anche dell’arredo liturgico di molte chiese non minoritiche. Gregorio IX aveva stabilito che l’anniversario del Santo fosse celebrato anche in altri istituti di perfezione; quando Bonaventura emanò l’ordine di distruzione, ad esempio, i cenobi cistercensi erano circa seicentocinquanta.

La Vita prima fu recuperata solo nel 1786; l’edizione critica poté basarsi su una manciata di manoscritti – una decina appena, alcuni incompleti – otto dei quali ritrovati in monasteri cistercensi, sfuggiti alla “caccia” francescana per semplice lontananza geografica. Della Legenda ad usum chori attribuita a Tommaso fu rinvenuto nel 1934 un solo codice completo, seppur privo del prologo; la Vita secunda, scoperta nel 1806, è anch’essa conservata in una decina di codici. Il Tractatus de miraculis, recuperato nel 1899, è per noi giunto attraverso un unico manoscritto. Un’obliterazione di tale portata è pressoché unica nel Medioevo.
Secondo Filippo Sedda, uno dei più autorevoli studiosi del francescanesimo, il verbo amovere nel testo capitolare si riferirebbe al caso in cui le leggende si trovassero “fuori dall’ordo”, termine che può indicare non solo l’Ordine in senso istituzionale, ma anche l’ordine liturgico, ossia il codice che contiene la Legenda. In tal senso si potrebbe intendere l’ordine di rimuovere il quaderno con la vecchia Legenda per sostituirlo con quella bonaventuriana.
Si può dunque ritenere che a Parigi, nel 1266, non si assista tanto a una damnatio memoriae formale delle vite di san Francesco redatte da Tommaso, quanto alla proposta di una Legenda nova cui l’Ordine, da quel momento in avanti, dovrà riferirsi. Ciò non spiega, tuttavia, l’estrema esiguità della tradizione manoscritta delle opere del celanese. Occorre ricordare che la tradizione testuale della Vita beati Francisci di Tommaso scorre come un fiume carsico attraverso la liturgia, soprattutto fuori dall’Ordine: basti citare, oltre al cosiddetto “breviario-messale di santa Chiara”, il ms. Siena, Biblioteca Comunale degli Intronati, F.VIII.1, il ms. Napoli, Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III”, V.H.5816, e altri ventitré manoscritti liturgici non minoritici segnalati da Théophile Desbonnets.

Dal canto suo, Angelo Clareno, all’inizio del Liber chronicarum, presenta quattro grandi figure come autori della Vita del povero e umile servo di Dio Francesco: Giovanni e Tommaso da Celano, Bonaventura – ottavo ministro generale dell’Ordine – e frate Leone, compagno del Santo. Chi legge e medita queste quattro narrazioni, afferma Clareno, può conoscere almeno in parte la vocazione, la conversazione, la santità e l’intenzione profonda di Francesco.
Il tentativo di rimuovere Tommaso e le sue opere dalla memoria dell’Ordine si concretizza anche – per fortuna senza successo definitivo – nell’isolamento e di fatto nell’espulsione del celanese dalla vita della famiglia francescana: nel 1260 è di fatto “allontanato” affidandogli, come dolce ma definitiva “pillola”, l’incarico di cappellano delle Clarisse di Val dei Varri, dove morirà nel silenzio, attorno al 1260.
Lenta riscoperta e nuova valutazione di Tommaso
Non stupisce, dunque, che il nome di Tommaso da Celano sia stato a lungo taciuto proprio a causa della sparizione programmata dei suoi scritti. La Franceschina di Giacomo Oddi da Perugia, composta tra il 1474 e il 1476, cita il biografo marsicano una sola volta, e solo nel contesto di una panoramica sull’operato di Crescenzio da Iesi e del Capitolo generale che aveva ordinato una seconda agiografia del Santo ad uso dell’Ordine minoritico.
Anche Nicola Glassberger († 1508), frate minore moravo residente nel convento di Norimberga, mostra nella sua Chronica una conoscenza confusa e cronologicamente incerta circa l’opera di Tommaso, senza dimostrare una reale familiarità con la Vita beati Francisci.
Si discosta da questa tradizione la clarissa suor Battista Alfani († 1523), monaca osservante, colta e copista nel monastero di Monteluce a Perugia, che nel prologo alla sua Vita et Leggenda della serafica Vergine Santa Chiara attribuisce esplicitamente a Tommaso da Celano la Legenda sanctae Clarae e ricorda come egli fosse già stato incaricato da Gregorio IX di comporre la prima Legenda di san Francesco. In questo passo si trovano due dati importanti: l’attribuzione a Tommaso della Legenda sanctae Clarae, spesso erroneamente riferita a Bonaventura, e la memoria consapevole della sua Vita beati Francisci, commissionata e approvata da Gregorio IX.
Nel corso del Cinquecento questa consapevolezza si diffonde gradualmente: Mariano da Firenze, ad esempio, pur tacendo inizialmente su Tommaso, arriva poi a riconoscerlo come autore di due Legende – una “maggiore” e una “minore” – di cui la seconda, approvata da Gregorio IX, veniva letta in coro fino all’introduzione della Legenda maior bonaventuriana.

A Pietro Ridolfi da Tossignano († 1601), frate minore conventuale, si deve nella sua Historiarum Seraphicae religionis libri tres (Venezia, 1586) l’attribuzione a Tommaso di due sequenze dedicate a san Francesco (Fregit victor virtualis e Sanctitatis nova signa), dato che sarà ripreso anche da Luca Wadding.
Con Luca Wadding, nel 1625, si apre una nuova stagione di studi: negli Annales Minorum Tommaso è ricordato come autore della Legenda Gregorii e della Legenda antiqua; è collocato al primo posto tra i biografi di Francesco e definito “socio del Santo ed esperto della sua santità”.

I Padri Bollandisti avranno il merito di pubblicare per la prima volta il testo della Vita prima e di valorizzarlo nel dossier agiografico francescano; alcuni Conventuali tra XVIII e XIX secolo continueranno quest’opera di recupero, fino al lavoro di p. Niccolò Papini Tartagni, che nel 1822 pubblicherà, attribuendola a Tommaso, la Legenda ad usum chori secondo il ms. 338 del Sacro Convento di Assisi.
La vera “rivoluzione copernicana” avviene con Paul Sabatier, in particolare con la sezione “Étude critique des sources” della sua Vie de saint François (Parigi, 1894). Egli inaugura la “questione francescana”, elaborando un’analisi critica delle fonti che segnerà profondamente la storiografia del XX secolo. Pur con tutti i limiti di una lettura talora polarizzata – opponendo troppo nettamente Leone a Tommaso, quasi come un “esecutore docile” dei voleri papali – Sabatier rilancia il dibattito e riporta Tommaso al centro del discorso.
Tra XX e XXI secolo, molti studiosi – Faloci Pulignani, Bihl, d’Alençon, Accrocca, Dalarun, Guida e altri – contribuiscono a ristituire pienamente il valore delle opere di Tommaso. La scoperta, da parte di Jacques Dalarun nel 2015, di un manoscritto con una vita finora ignota del Santo, attribuita al nostro Celanese, ha fatto parlare di “anello mancante” nella questione francescana: un libretto di piccolissimo formato (120×82 mm), pensato come una vera e propria “biblioteca portatile”, dove la funzione liturgica e quella informativa si intrecciano.

Le virtù di Tommaso e il suo valore attuale
Alla domanda su quali siano le virtù eroiche di Tommaso da Celano e le ragioni che possono fondare la sua fama di “Beato”, Antonio Gaspari ha risposto ricordando innanzitutto l’antico culto popolare nelle terre marsicane, in particolare a Celano e a Tagliacozzo, dove si venerano le sue reliquie nella chiesa conventuale di San Francesco. Dal punto di vista canonico la questione è complessa: per le cause “antiche” il criterio principale era quello dei miracoli attribuiti all’intercessione del Servo di Dio; nel caso di Tommaso una documentazione esiste, ma è insufficiente secondo le categorie moderne.
Se volgiamo lo sguardo alla sua vita, emergono comunque con chiarezza alcune virtù: l’obbedienza e la carità, testimoniata dal duro apostolato in Germania; la capacità di governo, unita a uno stile di servizio ai frati e alle popolazioni; soprattutto l’umiltà, segno distintivo del primo agiografo francescano. Nei suoi scritti Tommaso tace quasi del tutto di sé, concentrando ogni energia nel far risplendere la figura di Francesco.

Jacques Dalarun ha sottolineato come l’umiltà, il restare “in ombra”, quasi invisibile, siano tratti essenziali del suo profilo. Tommaso dimostra un amore appassionato per Francesco e un desiderio di presentarlo in modo diretto e reale, nonostante i vincoli dei canoni agiografici e le pressioni – o almeno le indicazioni – provenienti dalla curia papale, che spingeva verso una rappresentazione più “ecclesiale” e controllata.
Neppure i frati furono sempre teneri con lui; eppure, nel finale del Trattato dei miracoli, Tommaso risponde con una dignità ferma e dolente a chi gli chiedeva di continuo “cose nuove”:
«Non possiamo ogni giorno produrre cose nuove, né mutare ciò che è quadrato in rotondo, né applicare alle varietà così molteplici di tempi e di tendenze ciò che abbiamo ricevuto come unica verità. Non siamo stati spinti a scrivere per vanità, né ci siamo lasciati guidare dall’istinto della nostra volontà, ma ci hanno sospinti le pressioni e le richieste dei confratelli, e l’autorità dei superiori ci ha condotti a portare a termine il lavoro. Attendiamo la ricompensa da Cristo Signore, e a voi, fratelli e padri, chiediamo comprensione e amore».
In queste righe non è difficile cogliere un discepolo fedelissimo, che difende “con i denti e con le unghie” la verità e l’eccezionalità di Francesco, più che un intellettuale stanco o nervoso.
Nella rilettura storica più recente, il nostro Tommaso si sta via via affermando con forza. I suoi testi – e soprattutto la sua visione – hanno offerto ai frati e ai fedeli una linea chiara, una “direttrice di vita” senza ambiguità: il centro non sono i prodigi, ma la vita evangelica. Il “modello” di Francesco Santo che egli propone è, in fondo, lo specchio della sua stessa anima, pura e diritta.

Colpisce particolarmente una pagina della Vita seconda (n. 162), in cui Tommaso, rivolto idealmente a Francesco, critica la vita “soave e impudica” di alcuni confratelli:
«Abbondiamo più di pseudo-infermi che di combattenti, mentre, pur essendo nati per la fatica, dovrebbero considerare la propria vita come un combattimento. Non vogliono progredire nelle opere e, quanto alla contemplazione, non possono… E ancor più mi stupisco, secondo la parola del beato Francesco, della loro impudenza, poiché, mentre non sarebbero vissuti in casa loro se non del loro sudore, ora, senza fatica, vogliono vivere del sudore dei poveri… Conoscono le ore del pasto, e se la fame li stimola accusano il sole di aver dormito. E dovrei, buon Padre, giudicare degne della tua gloria le brutte azioni di questi uomini? Ma neppure della tua tonaca!».

Io proporrei a tutti di seguire lo spirito di Tommaso. Non a caso egli insiste nel trattare Francesco per il suo stile di vita e per l’amore verso il prossimo, più che per i miracoli a lui attribuiti. I titoli, dice in sostanza, non interessano né a lui né al Santo. Anche se il titolo ufficiale di “Beato” non dovesse giungere, egli è già stato – e continua a essere – Beato per acclamazione di popolo e per la venerazione dei confratelli.
Tommaso non attinge a informazioni dubbie: avendo vissuto in prima persona molti degli eventi narrati e avendo attinto per il resto a fonti certe e sincere, ci consegna una descrizione quanto più possibile veritiera della vita di Francesco. Sente tutto il peso del suo ruolo, e proprio per questo va all’essenziale, rifuggendo l’ornato inutile, come lui stesso confessa: “potessi davvero essere degno discepolo di colui che evitò costantemente il linguaggio difficile e gli ornamenti della retorica”.
Ne nasce una cronaca accessibile a tutti, asciutta e diretta, con uno stile semplice e dimesso che, come egli scrive nel prologo della Vita seconda, vuole “andare incontro a chi è meno agile di mente e, se possibile, piacere anche ai dotti”. Tommaso potrebbe insegnare ancora oggi, nel XXI secolo, le regole fondamentali di un buon giornalismo: sobrietà, chiarezza, fedeltà ai fatti.

L’umiltà nel leggere gli eventi, il coraggio di fermarsi dove mancano le informazioni, il rifiuto di colmare i vuoti con fantasie: sono tratti che delineano il profilo ideale del buon comunicatore. Per questo, un giornalista a disagio nelle odierne derive dell’informazione non può non provare gratitudine per quella frase con cui Tommaso chiude il racconto dell’incontro di donna Jacopa con Francesco morente:
«Sollevo la penna, perché non voglio balbettare ciò che non saprei spiegare».
Anche in questo, l’agiografo di Francesco si rivela un ammirevole cronista da prendere a modello, per non scadere – oggi come allora – da narratori onesti a modesti agiografi dei potenti di turno.

Il Dies Irae e l’eco di Celano
Il Dies irae, autentico manifesto della spiritualità duecentesca, è divenuto uno dei testi più celebri della liturgia cristiana, inserito nel Messale romano come “sequenza dei defunti”, cantata nelle esequie. È un potente riferimento al giudizio universale, ma in esso possiamo intravedere anche un’eco intima e dolorosa: quella della distruzione di Celano ad opera di Federico II e della deportazione dei concittadini di Tommaso.
Letto nella prospettiva universale dell’umanità o in quella più raccolta e personale, il testo colpisce per densità e suggestione:
Dies irae, dies illa,
Solvet saeclum in favilla,
Teste David cum Sibylla.
Quel giorno sarà un giorno d’ira,
in cui il mondo, la sua storia e i suoi falsi appoggi si scioglieranno in cenere:
lo attestano David e la Sibilla.
Quantus tremor est futurus,
Quando iudex est venturus,
Cuncta stricte discussurus!
Che tremore immenso ci attende
quando il Giudice giungerà
a esaminare ogni cosa con rigore.
Tuba mirum spargens sonum
Per sepulchra regionum
Coget omnes ante thronum.
Una tromba diffonderà un suono mirabile e terribile
sulle tombe disseminate in ogni regione
e ricondurrà tutti davanti al trono.
Mors stupebit et natura,
Cum resurget creatura
Iudicanti responsura.
La morte stessa e la natura saranno scosse di stupore
quando ogni creatura si ridesterà
per rispondere al Giudice.
Liber scriptus proferetur
In quo totum continetur
Unde mundus iudicetur.
Sarà aperto il libro scritto,
in cui tutto è già contenuto,
e da esso il mondo sarà giudicato.
Iudex ergo cum sedebit,
Quidquid latet apparebit:
Nil inultum remanebit.
E quando il Giudice siederà,
ogni cosa nascosta apparirà:
nulla resterà senza risposta.
Quid sum miser tunc dicturus,
Quem patronum rogaturus,
Cum vix iustus sit securus?
Che cosa dirò io, misero, in quel momento?
Quale difensore potrò implorare,
se appena il giusto si sente sicuro?
Rex tremendae maiestatis,
Qui salvandos salvas gratis,
Salva me, fons pietatis.
Re di tremenda maestà,
che salvi gratuitamente coloro che vuoi salvare,
salvami, o fonte di pietà.
Recordare, Iesu pie,
Quod sum causa tuae viae:
Ne me perdas illa die.
Ricordati, Gesù pietoso,
che sono io la causa della tua venuta:
non permettere che mi perda in quel giorno.
Quaerens me sedisti lassus,
Redemisti crucem passus:
Tantus labor non sit cassus.
Cercandomi ti sei stancato,
mi hai redento patendo la croce:
non sia vano un simile travaglio.
Iuste iudex ultionis,
Donum fac remissionis
Ante diem rationis.
O giusto giudice delle colpe,
donami la grazia del perdono
prima del giorno del rendiconto.
Ingemisco tamquam reus,
Culpa rubet vultus meus:
Supplicanti parce, Deus.
Gemendo come reo,
la colpa fa arrossire il mio volto:
risparmiami, o Dio, che ti supplico.
Qui Mariam absolvisti,
Et latronem exaudisti,
Mihi quoque spem dedisti.
Tu che hai assolto Maria
e hai esaudito il ladrone,
hai dato anche a me speranza.
Preces meae non sunt dignae,
Sed tu bonus fac benigne
Ne perenni cremer igne.
Le mie preghiere non sono degne,
ma tu, buono, mostrati benigno
perché io non sia bruciato nel fuoco eterno.
Inter oves locum praesta,
Et ab haedis me sequestra,
Statuens in parte dextra.
Donami un posto tra le pecore,
tieni lontano da me i capri,
ponendomi alla tua destra.
Confutatis maledictis,
Flammis acribus addictis,
Voca me cum benedictis.
Quando i maledetti saranno confusi
e consegnati alle fiamme ardenti,
chiama me insieme ai benedetti.
Oro supplex et acclinis,
Cor contritum quasi cinis:
Gere curam mei finis.
Ti supplico, prostrato,
con il cuore contrito come cenere:
prenditi cura della mia fine.
Lacrimosa dies illa,
Qua resurget ex favilla
Iudicandus homo reus.
Giorno di lacrime sarà quello
in cui dall’ombra e dalla cenere risorgerà
l’uomo colpevole per essere giudicato.
Huic ergo parce, Deus:
Pie Iesu Domine,
Dona eis requiem. Amen.
Risparmialo dunque, o Dio;
o pietoso Gesù, Signore,
dona loro il riposo. Amen.

— Jacques Dalarun. Tentando comunque uno sguardo che abbraccia le informazioni nuove tramandate da Tommaso da Celano, ci accorgiamo che elabora la figura del suo protagonista nella prospettiva degli anni e delle nuove circostanze in cui visse l’Ordine alla fine del generalato di frate Elia. Le letture che si possono dare sono ancora molto parziali e incomplete, dato il tempo troppo breve tra la scoperta e pubblicazione e le prime analisi storico-critiche. Ovvio, il dato biografico, informativo, è quello che emerge per primo, ed è relativamente semplice elencare le novità non presenti nella prima biografia, o i fatti già noti, ma qui raccontati diversamente, come, per fare un solo esempio, quello legato al viaggio d’affari di Francesco a Roma: non un pellegrinaggio, come siamo abituati a pensare, grazie a un racconto forse più ideologico che storico, e alle motivazioni dello scambio dei vestiti con un mendicante presso la Basilica di San Pietro. La novità che emerge è che siamo di fronte a una leggenda agiografica con doppia funzionalità: quella liturgica, con i brani iniziali preparati come le nove letture adatte al breviario di allora, e quella informativa, con un racconto riassuntivo, abbreviato, ma completo, e adatto a un codice di viaggio maneggevole, “la libreria portatile”, come lo definisce lo stesso Dalarun. Infatti così si presenta fisicamente il libretto (120×82 mm) in cui è stato riscoperto il testo del celanese. La rilevanza della scoperta è grande. André Vauchez, illustre storico e medievista francese, ha paragonato questo evento alla scoperta della Compilatio Assisiensis nel 1922 ad opera del p. Ferdinand Delorme OFM. Il noto medievista italiano, Franco Cardini, ha chiamato la nuova biografia “un anello mancante” della questione francescana. Credo che questo già esprima tutto il suo valore per gli studi francescani e per quelli legati all’agiografia medievale.


*** un convegno internazionale riaccende l’attenzione sulla sua figura
La Casa Editrice Miscellanea Francescana ha pubblicato Tommaso da Celano. Agiografo di San Francesco, il volume che raccoglie gli atti del convegno internazionale svoltosi a Roma nel gennaio 2016 e dedicato al primo e più autorevole biografo dell’Assisiate. L’opera, curata da fra Emil Kumka, docente alla Pontificia Facoltà Teologica “San Bonaventura” – Seraphicum, riunisce i contributi dei maggiori esperti del settore e giunge in un momento cruciale per la causa di beatificazione del frate marsicano.
Nella prefazione lo storico Franco Cardini definisce Tommaso “figlio di Francesco e padre della bibliografia francescana”, sottolineandone il ruolo chiave nella stagione di rinnovamento spirituale della Chiesa medievale. Eppure, paradossalmente, di lui si conosce relativamente poco: nelle sue biografie del Santo tace quasi completamente sulla propria vita, costringendo gli studiosi a ricostruirne il profilo attraverso fonti indirette.
Nato intorno al 1190, sacerdote colto e accolto nell’Ordine direttamente da san Francesco, Tommaso fu missionario in Germania, poi custode e vicario della provincia religiosa. A renderlo celebre sono soprattutto le sue opere: la Vita beati Francisci del 1229, commissionata da papa Gregorio IX; la Vita beati patris nostri Francisci, redatta poco prima del 1239 e riscoperta solo nel 2015 da Jacques Dalarun; il Memoriale del 1247; e il Trattato dei miracoli, concluso attorno al 1253. Dopo la canonizzazione di santa Chiara, compose anche la Legenda sanctae Clarae virginis, la cui paternità è stata definitivamente confermata nel 2010.
La recente scoperta della seconda vita di san Francesco ha dato nuovo impulso agli studi e ha rappresentato uno dei motivi principali del convegno. L’opera, contenuta in un minuscolo codice portatile e caratterizzata da una doppia funzione liturgica e informativa, offre dettagli inediti e rilegge alcuni episodi della vita del Santo, come il suo viaggio a Roma, con uno sguardo più storico che agiografico.
Gli studiosi parlano di un ritrovamento di enorme rilievo: André Vauchez lo ha paragonato alla scoperta della Compilatio Assisiensis avvenuta nel 1922, mentre Cardini definisce la nuova biografia “un anello mancante” nella complessa questione francescana.
Accanto al valore storico e letterario, il convegno ha affrontato anche il tema della santità di Tommaso. Nelle comunità marsicane, soprattutto a Tagliacozzo dove riposano le sue spoglie, è venerato come beato da secoli. Tuttavia, per giungere a un riconoscimento ufficiale da parte della Santa Sede, occorrono nuovi approfondimenti. Le moderne procedure richiedono prove documentarie sull’eroicità delle virtù e testimonianze storiche sulla fama sanctitatis e sulla fama signorum, oggi ancora incomplete.
Come illustrato dal dott. Giuseppe Casarin e da p. Angelo Paleri, la causa è aperta ma procede attraverso un lavoro rigoroso di ricerca archivistica e scientifica. Gli aggiornamenti bibliografici raccolti negli ultimi anni saranno fondamentali per la redazione della Positio, documento decisivo per l’esame da parte della Congregazione delle Cause dei Santi.
Gli Atti del Convegno saranno presentati pubblicamente al Festival Francescano di Bologna, dove la figura di Tommaso da Celano sarà al centro dell’incontro “La vita ritrovata”, con interventi di Jacques Dalarun, fra Domenico Paoletti e fra Emil Kumka.
Un’occasione, secondo gli organizzatori, per restituire luce a un protagonista discreto ma decisivo della storia francescana e, forse, per avvicinare ulteriormente la sua attesa beatificazione.
Giancarlo Sociali













