La Montagna Grande di Celano, il Sirente

Forse, non tutti sanno che la parte sud ovest del massiccio del Sirente, appartiene al territorio di Celano. Si, la punta del Sirente con tutta la sua dorsale da Rovere fino al valico di Forca Caruso è territorio di Celano. Molti pensano che esiste solo fucino, ma non è così. Molti, compreso alcuni politici locali, non hanno idea che il nostro territorio e di circa 80 Km quadrati.

Pensate un attimo se fosse di proprieta’ di qualsiasi Comune del nord, o di un qualsiasi nazione Europea. Insomma, abbiamo una grande parte ricadente nel Parco Regionale e sembra che il Parco Regionale da Celano sia lontano miglia e miglia, quando invece SIAMO NOI. vabbè andiamo oltre:

Il  massiccio del Sirente, si presenta come una dorsale lunga una ventina di chilometri orientata verso NO/SE da Rovere (1.413 m) a Forca Caruso (1.107 m)- Tutta la catena, comprende numerose cime che hanno vari nomi,  fra i più importanti abbiamo Colle di Mandra Murata (1.949 m), Punta Macerola (2.258 m), la cima di Monte Sirente (2.348 m), Monte di Canale (2.207 m), Monte S. Nicola (2.012 m).


Questa dorsale, è interrotta con quella della Serra di Celano, dalle Gole di Celano.  
La parte Sud Ovest del Sirente (territorio di Celano), ha aspetto dolce e debolmente ondulato con discontinui affioramenti rocciosi e dolcemente discendente  verso la Piana del Fucino. Il versante di NE è invece di natura rocciosa con precipizi e sbalzi profondi, come per esempio il canalone Maiori e la Valle Lupara, sbalzi determinati dall’azione dei ghiacci dell’ultima glaciazione pleistocenica.

Il versante SO dolce ed erboso, è stato ed è luogo di pastorizia. In epoche antiche, quasi tutte le popolazioni dei comuni limitrofi, hanno calcato i suoi prati e le sue rocce.

Sono stati, anche tanti i momenti di paure e tensioni, fra intere popolazioni per la ricerca dei pascoli migliori, come sono state tante le liti, nel periodo della decadenza dei feudatari, intraprese dalle municipalità e da singoli possessori di armenti.


Questa montagna o massiccio, un tempo era proprietà  dei Conti di Celano. Nel tempo, mano a  mano diminuirono i diritti di proprietà dei  Conti  tramite le vendite, per poi arrivare con la  fine dell’età moderna, all’inizio dell’età contemporanea con la rivoluzione francese. Dal 1789 in pochissimo tempo si ebbe un radicale cambiamento sociale, culturale, economico e morale. Bisogna però dire che i cambiamenti cominciarono ad arrivare già dai secoli precedenti per terminare nei secoli successivi, con un lento spalmarsi nel corso di essi.

Di   questo specifico periodo vi allego una mappa del 1784 ed una risoluzione di lite fra i Conti e le municipalità di Celano, Rovere, Ovindoli, Pescina, Ajelli, Colle Armeno e Gioja nella seconda Provincia di Abruzzo Ulteriore, patrocinati dal signor Camillo de Marinis; e l’ ex barone duca Sforza Cabrera Bovadille, patrocinato dal sig. Gaetano Spadetta;  Controversia gestita nel 1809.

Da questo documento si evince come l’organo giudicante sia nominato dalla Regia Dogana di Foggia. Infatti, la Regia Dogana, è chiamata a giudicare tutto ciò che riguarda la pastorizia e la transumanza nel Regno di Napoli.

Nello specifico si scrive :* ” L’Università di Celano , e i Comuni di Rovere, Ovindoli, Pescina, Ajelli, Colle Armeno e Gioja , che fan parte dello Stato medesimo di Celano,han rinnovato nella feudale Commissione le azioni da esso loro proposte in diversi tempi e presso i varj Tribunali contro al di loro ex barone duca D. Francesco Sforza Cabrera Bovadille; di esser cioè reintegrate nella proprietà, o almeno ne’ pieni usi civici della montagna grande di Celano, e di doversi astenere l’ex barone dalla esazione delle terze baronali.”

° ” L’ ex barone all’ incontro ha preteso, di esser la montagna una difesa feudale, e doversi perciò condannare i naturali di Ovindoli e Rovere a pagare la fida denegatagli nel 18o6, e di esser 18o9. N.5. le terze baronali una prestazione a lui dovuta a titolo di Portolania , Zecca ,Adoa , Bagliva , Celle e Colletta di S. Maria.”

La causa molto avvincente, riesuma gli antichi proprietari e signori; “ricorre primieramente alla concessione fatta dell’intera Contea di Celano da Carlo I. d’Angiò nel 1270 a benefizio di Ruggiero Ruggerione, cum montibus, nemoribus etc., nel fog. 179 del proc. pro illustre duce Signi; allega la concessione fatta da Ferdinando d’Aragona nel 1463 al duca di Amalfi Antonio Piccolomini. Sostiene l’ ex barone di essersi indubitatamente compresa la montagna in quistione, poichè dodici anni innanzi nel 1451, possedendosi la Contea di Celano da Lionello Alcozzamura e Cobella di Celano, nell’atto stesso che fu da’ medesimi accordata a’ cittadini di Celano la franchigia della fida sino al numero di quattrocento pecore , venne stabilita la fida pel numero maggiore , nel foglio 250 degli atti ad istanza de’ cittadini di Rovere. Ma molto più chiara crede il duca ex barone di render la sua ragiono cogli atti di vendita della Contea di Celano , fatta nel 1591 da Vincenzo Piccolomini a Camilla Perretti.”

E ancora : “Le  Università non potendo oscurare questi documenti comprovanti le ragioni del Duca, hanno esse domandato di esser almeno mantenute nell’esercizio de’ pieni usi civici sulla stessa montagna.”

Marchio impresso nella roccia che comprova il territorio di Celano

Insomma, dopo una lunga discussione la commissione si pronuncia in questo modo:

“1. » Si assolva il duca ex barone dalla revindica della montagna grande di Celano , pretesa dall’Università dello Stato medesimo di Celano. Ma sia lecito a’ naturali del solo Comune di Celano di esercitar sulla stessa nontagna il diritto di pascolo , immune da qualunque prestazione fino al numero di 4oo pecore, e di un tornese a pecora, eccedente tal numero. Sia altresì lecito a’ cittadini di Rovere ed Ovindoli di farci pascolare le loro greggi ed armenti , pagando la fida di cinque tornesi a pezzo sulla montagna grande, e di un tornese per ciascuna pecora pagliarola , che pascolerà nelle falde della stessa montagna prima di aprirsi e d’immetterci gli animali de’ fidatarj. Ed in fine sia lecito a’ naturali di tutti i Comuni dello Stato di Celano e della Baronia di Pescina di legnare soltanto a secco e legna morte sulla montagna medesima. E di tutt’ i diritti dichiarati a favor dell’ Università e dei cittadini se ne abbia ragione nella divisione de’ Demanj.

2. » Sia lecito allo stesso duca ex barone di esiger la fida attrassata dal 1806 in poi a tenore della presente SentenZa.

3. » Si astenga esso duca ex barone dalla esazione delle terze baronali sotto qualunque titolo. Ed adisca la Commissione de’Titoli , per lo compenso , se mai gli competa, de’ diritti di Zecca, Portolania e Bagliva.

Finalmente si assolvano vicendevolmente le parti per le spese della lite.”

Il Massiccio DIMENTICATO del Sirente,

Questo estratto di una delle liti fra il Comune e le feudalità, a dimostrazione di come era pacifica l’appartenenza di questo territorio a Celano. Bisognerebbe che molte più persone, spronassero amici, amministratori a creare un progetto di rivalutazione per il nostro territorio. Fino ad ora si è constatato con mano, che il Parco Regionale non ha teso le giuste trame per poter veicolare questo territorio verso un futuro roseo. Burocrazia, poltrone, politica, hanno affossato in partenza questa immensa risorsa.


Giancarlo Sociali