Senza famiglia sul Sirente

Il bambino partì con il  padre lasciando il paese natio. Attraversò la Valle dell’Aterno con ai  piedi  delle scarpe di pezza fattegli come regalo dalla Zia di Castelvecchio Subequo. Luigi aveva tre anni quando  morì la mamma, egli sembrava capisse ormai  come un uomo  adulto, che la sua vita sarebbe cambiata da quel di’. La madre morta per malattia portò  il padre a “patire di alcool”, e per il  piccolo iniziò il calvario.

Nel paesino arroccato, che dette i  natali al gigante di Acciano, non c’era più possibilità di vivere per una famiglia senza una moglie, senza una madre. Luigi piangeva, alcune volte era affidato alle zie ed ai  vicini, ed altre vagabondava nell’attesa che tornasse il padre. Questo ritorno non era mai piacevole, specialmente nei giorni  in cui non c’era stata nemmeno una terra da zappare o un’ombrello da aggiustare.

Il viaggio  a Celano era d’obbligo. Un paese grande, molte famiglie possidenti o mezzadri del fucino con possibilità di guadagno. Queste le aspettative.  Il cammino dalla Valle dell’Aterno era duro per un piccolo ed il proprio padre. Padre che ormai aveva perso o meglio  forse non aveva mai avuto quel  legame che oggi consideriamo naturalmente automatico fra genitore e figlio. I tempi non erano  questi, erano tempi duri, tempi di fame e malattie. Luigi ricordava come un sogno, di un  sasso che gli era schizzato in un occhio, rendendolo quasi cieco all’occhio destro, ma nonostante ciò, aveva ormai quasi trovato naturalezza a  vedere solo  con l’occhio  sinistro. Si vergognava, si copriva e spesso girava il capo per non farsi guardare direttamente in volto, questa situazione lo accompagnerà per tutta la vita. Unici desideri erano quelli di avere un pasto ed un giaciglio, ma stagione dopo stagione nulla cambiava, anzi.

Sopraggiunse una probabile madre; la seconda moglie del padre e le cose peggiorano. Il piccolo Luigi è costretto al lavoro duro e all’elemosina, mentre il padre, conquistato oramai dal malandare, non ha attenzioni per lui ma nascono altri figli.

Il piccolo, oramai lasciata la nuova “casa”, lavora presso una Baronessa come sguattero e viene apprezzato per la sua onestà e bontà, fino a quando una tragedia successe. Il figlio della nobildonna muore tragicamente, e le cose vengono a scombussolarsi nella famiglia aristocratica e Luigi, perde il lavoro, il riparo ed il pane.

Inizia il calvario, fino a quando nell’adolescenza è a servizio di alcune famiglie possidenti che gli danno vitto e alloggio.

Inizia a fare il pastore. Lui, un piccolo che nemmeno sapeva condurre un gregge, viene iniziato nel trasporto del formaggio e viveri in montagna e dalla montagna in paese. I suoi passaggi in mezzo alle Gole di Celano, chiamate comunemente “Fuc” (foci), erano giornalieri, come erano giornalieri i pensieri alla madre mai conosciuta, ma sognata spesso da quando era piccolo.

Crebbe ed arrivò  il momento di condurre il gregge, il momento di rimanere solo in montagna, sul Sirente. La solitudine dei pastori, le loro riflessioni, le loro battaglie per arrivare nell’erba più verde e più buona, le loro continue lotte con i lupi, con gli agenti atmosferici che in quota ti fanno toccare con mano la grandezza della natura e la sua impressionante forza, quegli agenti naturali che fanno diventare leggenda quel modo di vivere. Rapportarsi tutti i giorni con madre natura, continuamente guardare il suo carattere per prevederlo, parlare con i propri cani ed anche con le proprie pecore per non sentirsi solo, in balia degli eventi, in un miscuglio di pazzia e sopravvivenza. Arriva la notte, e come tutte le notti, i cani diventano maggiormente guardinghi, attenti, aumenta la tensione. Il Sirente nel silenzio, sembra giocare con l’immaginazione altrui, e manda uccelli notturni, animali invisibili ma udibili. Se ne sente la vicinanza, i cani abbaiano nel vuoto, partono come se avessero visto il nemico, ma poi nulla, anch’essi in balia del Sirente, e la notte scorre.

Sui “Cassij” (capanne) piomba la notte e pali a mò di spaventapasseri diventano pastori, per tenere lontano gli attacchi dei lupi, mentre loro, i pastori veri, intorno al fuoco raccontavano. Durante i racconti, spesso in modo simultaneo, si interrompevano ed in silenzio assoluto ascoltavano, ascoltavano il gregge, i cani, i gufi e le civette per poi ritornare a raccontare. Spesso li faceva sobbalzare  anche il troppo silenzio.

Finalmente le prime luci dell’alba, trovavano Luigi già sveglio pronto per il lavoro quotidiano. Il gregge, i cani e lei … la Montagna Grande.. il Sirente.

Dentro di lui come un artista, il Sirente scolpisce quella inguaribile malattia di cercare la solitudine, l’isolamento con il suo gregge ed i suoi cani.

Lui è un pastore, fa’ l’arte dei primi filosofi al mondo. I primi ad avere un’azione contemplativa e di dialogo con la natura, con gli eventi, con il cielo e le stelle. Si le stelle, le stesse che guidarono loro, i pastori del presepe. Loro che seguirono le stelle per la salvezza e per trovare il giusto cammino. E così si impara ogni filo d’erba, ogni pietra, ogni roccia. Si danno i nomi ai luoghi, alle fonti, persino alle piante rinforzando la toponomastica antica tramandandola da uomo ad uomo, di padre in figlio, da vecchio a ragazzo. Si vive nel ricordo per prevedere il futuro, come sempre è stato fatto e come sempre sarà. Il suo cane lo guardava, non lo lasciava solo un istante con i suoi occhi.

Lui ed il gregge erano  le uniche ragioni di vita per il possente mastino Abruzzese, grande, pesante ma anche leggero, tenero ma anche cattivo, sonnecchioso ma anche sveglio, schivo ma anche socievole. Insomma Abruzzese. Non si sà se lui, Luigi come tutti gli altri pastori, abbiano reso a loro somiglianza il cane, o è il cane che ha reso così loro. Dilemma millenario, in ogni caso loro, Luigi ed il suo cane, vivevano la loro vita nell’unico mondo reale; il Sirente. Il resto non esisteva; non esisteva la guerra, non esisteva il governo, non esisteva il comune e non esisteva il Sindaco. O meglio esistevano, ma solo per le gabelle; ed esse arrivavano anche li su, sul Sirente. Facevano  quella lunga strada accompagnate dalle divise campestri, guardie che dovevano ordinare, guardare e sanzionare. Essi, figli di proletari che comminavano sanzioni agli stessi proletari.

Quant’è dura la vita; non potevano avvicinarsi nemmeno ad un ramo secco per il fuoco, l’autorità lo vietava; non potevano abbeverarsi alle fonti perchè l’autorità lo vietava. Tutto era vietato, ed ecco allora che chi doveva sopravvivere a volte sbagliava, o era  invogliato a sbagliare, ma lui Luigi, mai lo fece. Il suo stile di vita, è la trasparenza ed il rispetto delle norme, e il vivere quotidiano è come la società comanda. Si, perchè lui apparteneva alla società, era figlio di essa che lo aveva adottato, accolto fra i suoi simili; ed egli in quella società voleva  essere degno di viverci, voleva riscattare la sua povertà con la ricchezza di valori, degli ideali, con la ricchezza delle  amicizie, amicizie che lo cercavano, lo intrattenevano, lo amavano. Si lo amavano, perchè Luigi era amato ed ammirato. Nei rioni veniva lusingato, gli veniva chiesto un canto, uno stornello, una serenata. Si, perchè Luigi aveva una bella voce, le fanciulle sospiravano per lui e nonostante il suo (lui lo chiamava occhio offeso) occhio, era chiamato  “Le Bellizze” con il diminutivo di “Gino”; (Gin L B’llizz).

Mentre scrivo di lui, sembra vederlo sui monti del Sirente cantare alle sue pecore, fischiare ai suoi cani, oppure nel ritorno al paese cantare nei rioni insieme alle ragazze e ai ragazzi mentre si scartocciava, o si battevano i fagioli nell’aia, oppure quando nelle cantine si pigiava l’uva per farne mosto. Si, lo vedo e voglio continuare a vederlo così, allegro ed amato e non da solo nei monti quando il vento gli sferzava la faccia, quando il sole gli seccava la pelle, quando la notte lo faceva  accompagnare a decine di figure invisibili, spettri di ogni notte, spettri che addirittura egli aveva dato nome.

Non so da quando cominciò a prendere una misera paga, sicuramente per lui, la più grande paga era quella di avere una famiglia anche se non da figlio, alla quale poteva ricorrere. La sua paga era quella di vivere, di essere presente per qualcuno anche se solo da operaio, da “varzone”. Lui ha sempre ringraziato il cielo per quello che ha avuto, nonostante abbia avuto meno di nulla.

Ha sempre ringraziato il cielo per essere scampato ad una probabile vita di stenti e tormenti, ad una vita da dimenticare. I suoi ricordi, sono sempre stati comunque anche per quei momenti brutti, da monito per apprezzare quello che si ha adesso, per evitare di tornare a quello che non si aveva un tempo. I suoi moniti principali erano per la fame. Si la fame, chissà quanta ne ha sofferta e quanta ne ha visto soffrire, quella fame violenta terribile che imbruttisce, che ti fa sentire inerme, costantemente in pericolo. Ed ecco allora i giochi per alleviarla, per non pensare. Quello che mi raccontava spesso era a “Tozz i Vuccon”. Tozzi di pane presi a bocconi su una superficie di acqua(fontanili) con le mani dietro la schiena. In sostanza ognuno prendeva la propria fetta di pane giornaliera, la spezzava facendone dei piccoli pezzi e tutti insieme si lasciavano cadere nell’acqua, dopodiché  con le mani dietro la schiena si cercava di mangiarne il più possibile ingurgitando tanta di quell’acqua da dare una prima e breve sensazione di sazietà. Ecco, i giochi della fame… la fame nera del pastore.

LUIGI, mio padre.

Giancarlo Sociali