Tommaso di Celano

Thomasius comes Celani, Albe et Molisii, Thomas comes Celanensis, Thomasius de Celano

Terzo figlio di Trasmondo. “Il 1° fu Riccardo, più innanzi conte di Sora (pe’ suoi titoli ved. Marat. Antiq. t. V, p. 653) verisimilmente il primogenito; il 2° fu Pietro ; il 3° Tommaso, che nel 1221 ebbe la contea di Celano, della quale fu in appresso spogliato da Federico II, L.; il 4° fu Lottario futuro Innocenzo III”. (Federico Hurter in Storia di Innocenzo III e suoi contemporanei)

(Muro di contenimento antico centro fortificato di Celano)

Tommaso nacque probabilmente intorno al 1180; nel 1213 circa, sposò Giuditta, figlia di Ruggero, ultimo conte normanno di Molise, il quale riuscì a mantenere la propria posizione nei confronti degli invasori tedeschi fino al 1196.

Nel 1214, anno in cui il Conte Tommaso è ricordato per la prima volta, già collaborava attivamente a sostenere la politica del Conte Pietro di Celano. Egli si recò, probabilmente all’inizio di Novembre del 1210, insieme al conte Dipoldo di Acerra, dalle parti di Rieti per scortare l’imperatore Ottone IV nel Regno, attraverso la Marsica e la Val di Roveto.

In un diploma imperiale del gennaio 1211, emanato a Capua a favore del vescovato di Schwerin, il Conte Tommaso figura come testimone con il titolo di Conte di Celano (“I conti di Molise e Marsia nei secc. XII e XIII”, in “Atti e memorie del Convegno stor. Abruzzese-molisano, 25-29 Marzo 1931”).

Dopo la morte di Pietro, avvenuta nel 1212, e il contemporaneo fallimento della politica siciliana di Ottone IV causato dalla candidatura al trono tedesco di Federico II, Tommaso con l’appoggio di Federico II e del Papa Onorio III, scaccia Riccardo successore e possessore del contado fino al 1221; ma probabilmente, Riccardo fratello di Pietro, è il famoso “Cavaliere” di Celano che muore, rappresentato da Giotto, nella sedicesima delle ventotto scene del ciclo di affreschi delle storie di San Francesco della Basilica Superiore di Assisi. Inoltre egli cerca di impossessarsi anche della Marca d’Ancona, concessa da Ottone nel 1211 al conte Pietro a suggello della loro alleanza. Tommaso aveva provato ad impossessarsi della Marca già in precedenza (1215) quando i fratelli Pietro e Riccardo Conti di Celano vi furono cacciati da Aldobrandino d’Este, investito della Marca da Papa Innocenzo III; tuttavia non vi riuscí neanche dopo la morte di Aldobrandino causata, secondo voci che circolavano, proprio da una veleno che gli aveva propinato Tommaso stesso e dunque si occupò di ampliare la sua signoria in Molise.

Successivamente i rapporti con il papato migliorarono, tanto che Papa Onorio III nel 1218 chiese due volte il suo intervento, la prima per ottenere la nomina del monaco cassinese Giovanni di San Liberatore ad abate di San Vincenzo al Volturno; la seconda per superare l’opposizione del capitolo di Sant’Eusanio Forconese contro la concessione di un beneficio al nipote di un familiare pontificio. Tuttavia negli anni che precedettero il ritorno di Federico II nel Regno di Sicilia la politica di consolidamento della signoria creata da Pietro, che il Conte Tommaso aveva perseguito con tanto impegno, subì parecchi contraccolpi. Il temporaneo condominio nella contea di Celano fra i fratelli di Pietro sembra non aver soddisfatto nessuno dei fratelli. Alla fine nel 1221, Tommaso con l’appoggio dell’Imperatore riuscì a cacciare il fratello di Pietro, Riccardo, dalla contea, ma quest’ultimo, che poté conservare solo Tocco, si rivolse al Re come supremo signore feudale. Questa lite all’interno delle potenti famiglie al confine con lo Stato della Chiesa attirò anche l’attenzione della Curia. Il cardinale Tommaso di Capua ammonì Tommaso a riconciliarsi e si adoperò personalmente a trovare una mediazione. Anche il Papa intervenne due volte presso Federico II a favore di Riccardo di Celano. In ogni caso, all’incoronazione imperiale di Federico II nel novembre del 1220 a Roma, fu presente, con molti altri conti del Regno, solo Riccardo per portare i suoi doni all’Imperatore, prestargli l’omaggio e presentargli personalmente le sue lagnanze contro Tommaso di Molise che non mancava occasione per attaccare la Contea di Celano, forse forte dell’appoggio avuto fino al 1216 dal fratello Innocenzo III. Come aveva già annunciato il Cardinale Tommaso di Capua, il Conte di Molise non fu presente all’incoronazione di Federico II; egli inviò un suo delegato per chiedere la grazia dell’imperatore e il riconoscimento delle sue pretese, cioè della sua posizione giuridica nell’ambito dei feudi della sua famiglia anche su Celano. La missione fallì e Federico II, a quanto pare, decise di contestare al Conte Tommaso i diritti su Celano e Albe.

(Celano antico – elaborazione grafica )

Infatti, le prime misure prese dall’Imperatore dopo il suo ritorno nel Regno fecero vedere chiaramente che egli era deciso ad annullare l’alienazione dei castelli e delle città dominanti le vie di comunicazione nella parte settentrionale del Regno e non era disposto a tollerare le nuove signorie feudali create da nobili famiglie dopo la morte del padre.

La decisione di contestare al Conte i suoi diritti preparò dunque lo scontro immediato. Concentrando nelle proprie mani le contee di Albe, Celano e Molise e controllando anche la contea di Sangro dominata dal cognato Rainaldo di Anversa, Tommaso costituiva uno degli ostacoli maggiori alla realizzazione del modello di dominio diretto della monarchia esposto dall’Imperatore nel corso della Dieta di Capua e che infatti poté essere attuato pienamente solo dopo la distruzione della signoria del Celano.

Dopo essere stati respinti dall’Imperatore il Conte Tommaso e la moglie Giuditta, consapevoli dell’inevitabilità del conflitto, si ritirarono separatamente nei castelli molisani di Roccamandolfi e Rocca di Boiano, per aspettare le mosse successive di Federico II.

Questi, all’inizio del 1221, alla testa di un contingente di truppe, si presentò davanti a Boiano e la costrinse alla resa, ma non riuscì ad espugnare il castello dove si era asserragliata Giuditta. Con un attacco di sorpresa contro i baroni molisani passati dalla parte dell’Imperatore, il Conte poté riconquistare Boiano, bruciare la città, liberare la moglie e condurla sana e salva a Roccamandolfi. Mentre un giustiziere imperiale, Teodino da Pescolanciano, sin dal 1221 era impegnato nel Molise a revocare le infeudazioni, il conte Tommaso di Acerra, maestro giustiziere di Puglia e di Terra di Lavoro, per incarico dell’Imperatore mosse contro il Tommaso assediandolo nella sua ultima roccaforte di Roccamandolfi; alla fine del 1221 i seguaci del Conte resistevano ancora solo nella Marsica, a Celano e a Ovindoli.

Nel febbraio 1222 Federico II si presentò personalmente dinanzi a Roccamandolfi, ma i disordini saraceni in Sicilia lo costrinsero dopo breve tempo ad abbandonare il campo, lasciando il comando della guerra contro il Conte Tommaso di Celano al Conte Tommaso di Acerra. Poco dopo la partenza dell’Imperatore, Tommaso riuscì a fuggire nottetempo da Roccamandolfi. Con l’aiuto del cognato Rainaldo di Anversa raccolse nuove forze e poté costituirsi una nuova base operativa aOvindoli, da dove riconquistò Celano.

L’esercito imperiale impegnato nell’assedio della Torre di Celano fu disperso sotto la violenza degli attacchi del Conte di Celano. Con devastazioni e saccheggi il Conte dette la dimostrazione del suo potere nella Marsica, ma questi successi gli procurarono solo breve sollievo. Le truppe imperiali disponibili nel nord del Regno si concentrarono ben presto sotto il comando di Tommaso di Acerra, dell’abate Stefano di Montecassino, e dell’arcivescovo Rainaldo di Capua, deceduto poi nel corso della campagna, e spostarono il teatro della guerra dal Molise alla Marsica, accerchiando il Conte a Celano. Giuditta di Molise, che insieme al figlio resisteva ancora a Roccamandolfi, fu costretta alla resa da Tommaso di Acerra. Tuttavia non si prospettava imminente la caduta di Celano, quando Federico II, dopo i colloqui con il Papa e i Cardinali a Ferentino, nel Marzo 1223 tornò nel Regno e si recò personalmente da Sora a Celano.

Il suo tentativo di indurre con l’aiuto della Contessa Giuditta il Conte Tommaso alla resa fallì, nonostante l’Imperatore, preoccupato della persistenza dei disordini in Sicilia, fosse certamente sin da allora disposto a pagare un prezzo politico per la pacificazione della parte settentrionale del Regno. Tuttavia, poco dopo la partenza dell’Imperatore, i rappresentanti imperiali, tra i quali anche il Gran Maestro dell’Ordine teutonico Hermann von Salza, riuscirono, pare anche con l’assistenza della Curia, a trattare nei giorni immediatamente precedenti il 25 Aprile 1223 un accordo che fu accettato da ambedue le parti e garantito dal Papa e dai Cardinali.

L’accordo prevedeva che il Conte consegnasse all’Imperatore Celano, la Serra di Celano, Ovindoli e San Potito, conservando però per sé e i suoi eredi la contea di Molise. Con il conferimento del giustizierato nel territorio della contea, Federico II, il quale tuttavia si riservò il diritto di poter radere al suolo castelli e di conservare per sé fino al ritorno del Conte la Rocca di Boiano, concesse a Tommaso di Celano l’alta giurisdizione con solo pochi limiti. L’accordo non toccava però la questione di una eventuale restituzione delle contee di Albe e di Celano. Anche ai seguaci del Conte, in particolare al cognato Rainaldo di Anversa, dovevano essere restituiti i feudi e i diritti.

Il Conte si impegnò a vivere per tre anni in esilio e a partecipare alla prossima spedizione di Re Giovanni di Gerusalemme in Terrasanta. Il Conte e Rainaldo di Anversa davano ognuno un figlio in ostaggio, che furono affidati alle cure di Hermann von Salza. Dopo la conclusione dell’accordo il Conte fu accompagnato a Roma da un Cardinale, insieme con la moglie, i figli e il seguito. Dapprima si trattenne per un certo tempo in Campagna presso il cognato Giovanni di Ceccano e poi si recò, nell’agosto, a Perugia, ma non in Lombardia o in Toscana come era previsto nel caso che non si fosse realizzata la spedizione in Terrasanta.

Dopo la partenza del Conte, il Giustiziere della Magna Curia Enrico di Morra fece distruggere, senza esplicita istruzione dell’Imperatore, non solo il castello ma anche la città di Celano. La Contessa Giuditta fu reintegrata nei suoi diritti sulla Contea di Molise. Verso la fine del 1223 il Conte fu invitato da Enrico di Morra a presentarsi davanti al tribunale della Magna Curia, probabilmente perché il suo soggiorno in Campagna nello Stato della Chiesa in genere aveva fatto sorgere il sospetto che egli stesse macchinando ancora ai danni dell’Imperatore. Il Conte, però, non ottemperò all’invito, offrendo così a Federico II il pretesto per revocargli la contea di Molise e per incarcerare gli ostaggi, tra i quali un figlio di Tommaso (non se ne conosce il nome).


(Dove c’era una torre adesso c’è una croce – ma nessuno riuscì ad entrare)

Benché sin dal 1226 Onorio III prima e Gregorio IX poi rimproverassero più volte a Federico II la violazione dell’accordo del 1223 (fu addirittura uno dei punti con cui Gregorio IX giustificò la scomunica dell’Imperatore nel 1227 e la condanna della sua politica successiva), i Papi non riuscirono ad indurre l’Imperatore a venire ad un accordo con il Conte di Celano.

Questi continuò dunque a vivere, come uno degli esponenti più in vista dell’opposizione nobiliare siciliana, nella parte meridionale dello Stato della Chiesa o a Roma, pronto a riprendere la lotta appena si fosse presentata l’occasione.

Quando Gregorio IX nel novembre 1228 si accinse a contrastare gli attacchi di Rainaldo di Spoleto contro lo Stato della Chiesa, il Conte, su richiesta del Papa, raccolse un esercito di 500 cavalieri nella Campagna meridionale. In occasione dell’invasione del Regno da parte delle truppe pontificie, il Conte, insieme ad un altro esule, il conte di Fondi Ruggero d’Aquila, comandò il contingente che sotto la guida del legato pontificio Pandolfo d’Anagni, il 15 Gennaio, via Ceprano, penetrò in Terra di Lavoro. Qui con una vittoria inaspettata davanti a Montecassino dette un colpo decisivo alle posizioni difensive del Giustiziere della Magna Curia Enrico di Morra.

Roccamandolfi in Molise

Morto il Pontefice Onorio III, nel giorno successivo, fu eletto dai Cardinali a nuovo Papa Ugolino de’ Conti, figliuolo di Tristano d’Alagna fratello d’Innocenzio III de’ Conti di Segna, a cui posero nome Gregorio IX. Questi, appena eletto, spronò nuovamente Federico II, il quale nel mese di Agosto partì da Brindisi con un’armata numerosa. Dopo poco però a causa di un’epidemia e del mare contrario tornò indietro. Gregorio IX ritenendo che il ritorno fosse dovuto più alla scarsa volontà di andare a combattere in Terra Santa che alla malattia, lo scomunicò nel mese di Settembre, proibendo ai Cavalieri dell’Ospedale (Ospedalieri), ai Cavalieri del Tempio (Templari) e ai Cavalieri Teutonici di obbedirgli da allora in avanti. Il motivo della scomunica, a detta del Villani, non fu solo il mancato viaggio in Terra Santa, ma anche altre motivazioni fra le quali le pretese su alcuni possedimenti della Curia, le gabelle fatte pagare a personaggi vicino al Vaticano e non per ultimo lo sdegno per l’imprigionamento del figlio del Conte Tommaso di Celano in una prigione stretta ed angusta [uno dei punti del trattato di resa di Tommaso dopo la guerra persa con l’Imperatore nel 1223, N.d.A.].

Federico per farsi perdonare dal Papa, l’11 del mese d’Agosto dell’anno successivo s’imbarcò a Brindisi per la Terra Santa con venti Galee, ed il Papa oltre ad altri suoi fidi mandò in Terra Santa a controllarlo anche il Conte Tommaso di Celano.

I Templari e gli Ospedalieri, in virtù dell’ordine del Papa, e soprattutto perché volevano che la presa di Gerusalemme avvenisse in nome della Cristianità e non di Federico II, osteggiarono l’Imperatore in ogni modo anche in Terra Santa. Federico sicuro di ciò, cercò di prendere accordi privati con il sultano d’Egitto, al-Kamil, ma i Templari ed il Conte Tommaso, lo costrinsero ad accettare anche la loro presenza.

Questo modo di fare dell’Imperatore, che anziché condurre guerra contro gli infedeli, avviava trattative con il Sultano, irritava i Templari e i fidi del Papa (probabilmente anche Tommaso di Celano), i quali avvisarono il Sultano d’Egitto di presenze solitarie dell’Imperatore in alcuni luoghi per preparare un agguato (Da Pietro Giannone in Istoria Civile del regno di napoli Tono II ).

Scrive Di Iacomo Bosio che nell’anno 1229 l’Imperatore, inteso che il Sultano si stava preparando alla guerra, mandò il Conte di Celano Tommaso ed un suo consigliere a trattare con al-Kamil. Il Conte spiegò al Sultano che l’Imperatore non si trovava in Siria per avviare la guerra ma solamente per passare e raggiungere pacificamente Gerusalemme.

Il Sultano scacciò il consigliere dell’Imperatore e il Conte, non accettando le intenzioni dell’Imperatore. Allora Federico II, tentando sempre con la diplomazia, fece ulteriori tentativi pacifici raccogliendo tutte le cose che avevano razziato nelle abitazioni vicine e riconsegnandole al Sultano. Quest’ultimo accettò di intavolare una trattativa solo con Tommaso di Celano e il Maestro dei Cavalieri Teutonici “mandò il Maestro de’ Teutonici, il Conte di Celano, & il Signore di Sidonia al Soldano, “acciò fermasse, e giurasse anch’eglii Capitoli sopradetti. Et havendo ricevuto da lui il giuramento, il Maestro de’ Teutonici, & il Conte di Celano, all’Imperatore se ne tornarono, portandogli i Capitoli sottoscritti, e con giuramento dal Soldano d’Egitto confermati.” ( Di Iacomo BosioDell’istoria della Sacra Religione et Ill.ma Milizia di San Giovanni Gierosolimitano).

Appena giunti in Italia ricominciarono le ostilità fra il Conte di Celano, al comando dell’esercito del Papa, e Federico II al quale, durante la permanenza in Terra Santa, era stata sottratta parte della Puglia dalle truppe pontificie. “Il Pontefice…. per ciò di subito fece suoi Generali dell’armi Tomaso Conte di Celano ribello di Federigo, & Pandolfo Sauello suo Cameriere, li quali con impeto presero Capoua, o tutta Terra di lauoro, essendo poi il Conte Tomaso ributtato in sull’entra che fece nella Marca dal Maresciale Anselmo Giustino.. omississ….” ( Raccolta per Gioseppe Buonfiglio Costanzo Cauallier Messinese – Prima parte dell’historia siciliana, nella quale si contiene la descrittione antica, e moderna di sicilia, le guerre, etc.)

Nulla si sa del ruolo personale del Conte durante questa campagna, ma è molto probabile che per breve tempo abbia esercitato di nuovo i suoi diritti nella Contea di Molise. Al conte Ruggero di Fondi fu restituita la contea nei mesi successivi, mentre l’Imperatore, nonostante gli appelli pontifici, rifiutò di riammettere il Conte Tommaso nei suoi diritti [non sappiamo quali fossero precisamente le argomentazioni giuridiche che gli permettevano di sostenere questa posizione contro le richieste del Papa, N.d.A.].

Durante le trattative di pace di San Germano e di Ceprano, Gregorio IX chiese di dare nuova validità all’accordo del 1223 a favore del Conte, ma incontrò la più tenace resistenza dell’Imperatore, cosicché egli si vide indotto a ripetere esplicitamente la richiesta, quando il 28 Agosto 1230, da Anagni, fece personalmente le sue congratulazioni a Federico II per la pace conclusa. Il Conte, che doveva dunque accingersi ad un esilio più lungo del previsto, negli anni successivi acquistò beni ad Alatri, un indizio che egli soggiornava prevalentemente nella Campagna meridionale.

Quando Federico II, scomunicato nuovamente da Gregorio IX, fece occupare nel 1240 lo Stato della Chiesa, il Conte assunse il comando di una schiera di 200 cavalieri messi insieme dal Papa, per soccorrere gli Spoletini nella lotta contro le truppe imperiali. Prima che la città si sottomettesse all’Imperatore, nel Giugno del 1241, il Conte era già tornato a Roma. Nel Maggio 1241 era presente, nella chiesa di S. Clemente, ad un’udienza del cardinale Raniero Capocci.

Dopo la deposizione di Federico II, il Pontefice Innocenzo IV nel Luglio dell’anno 1247 rinnovò al Conte Tommaso, alla moglie Giuditta il beneficio della particolare protezione apostolica e restituì loro anche i feudi e i possedimenti perduti. Anche se mancano notizie dirette a proposito, la deposizione di un testimone nel 1276 ci informa che il Conte nel 1251, nei mesi precedenti l’arrivo di Re Corrado, cercò di impadronirsi del castello di Ocre nella contea di Albe, riuscendo infatti a cacciarne Gualtieri di Ocre, che più tardi divenne cancelliere di Corrado IV e di Manfredi. Dopo il ritorno di Federico II nel Regno di Sicilia, il Conte Tommaso, fu l’esponente dell’alta nobiltà, che più di ogni altro si rese conto della minaccia mortale per le proprie posizioni di potere, costituita dal nuovo programma politico dell’Imperatore e che trasformò questa consapevolezza, in un’opposizione radicale. Benché indebolito dalle discordie familiari, accettò la sfida lanciatagli resistendo eroicamente per molti anni alla monarchia sempre più forte. Visto che ogni forma di sottomissione equivaleva ad una totale rinuncia alla sua posizione, fu anche disposto ad accettare un esilio che sarebbe durato quasi trent’anni. Il suo ritorno nel 1251 dimostra infatti che egli non aveva mai rinunciato all’eredità e all’autonomia politica creata dal suo predecessore, il Conte Pietro.

Nel 1229 la Marsica viene occupata di nuovo dalle truppe federiciane durante l’invasione dell’Aprutium da parte delle truppe pontificie di Gregorio IX, condotte fra gli altri anche da Tommaso di Celano. Un gruppo di 200 militi imperiali riportarono la Marsica in mano di Federico II ad esclusione della Rocca di Foce (Monte Secine) che solo nel 1230 cadde ad opera di Bertoldo, fratello del duca di Spoleto.Lo stesso Bertoldo, nel 1231, riceve l’ordine di radere al suolo le fortificazioni sommitali della Serra: ” Serra super Caelanum firmata, jussu Imperiali dirutur” (Riccardi Chronica) (Santoro 1988, 107).

Successivamente Tommaso viene estromesso definitivamente e Ruggero discendente dei Berardi, ereditò le contee di Albe, Celano e Molise, nelle quali governò per breve tempo nel periodo tra la morte di Corrado IV nel 1254 e la restaurazione della dominazione sveva nelle parti settentrionali del Regno ad opera di Manfredi. Con Carlo I d’Angiò tornò nei suoi feudi, ma nel Gennaio 1270 dovette restituire definitivamente al Re la Contea del Molise e di Albe, venendo contemporaneamente infeudato della contea di Celano che tenne fino alla sua morte avvenuta nel 1282.

Ruggero, nel 1256 fonda la chiesa di S. Francesco sotto il Monte Tino “iuxta Castrum Celani”, nei pressi delle antiche celle eremitiche di Auretino-Telle, probabilmente sui resti di S. Benedetto in Telle (Phoeb., III, 237,). 

Nel 1266 lo stesso Ruggero Conte di Celano offre in pegno a Carlo I d’Angio, dopo la battaglia di Benevento, la contea marsicana con le lontane rocche di Leporanica (Prata D’Ansidonia sul Tratturo L’Aquila-Foggia) e S. Stefano di Sessanio. Per un breve periodo, nel 1269, la Contea di Celano è assegnata da Carlo I d’Angio a Ramundo d’Artois. L’appoggio dato in precedenza e la vittoria angioina dei Campi Palentini del 1268 con la fine di Corradino di Svevia, porta Ruggero, dopo l’abbandono di Celano da parte del d’Artois nel 1270, a ricquistare la contea e ad ottenere anche il possesso di Rocca di Mezzo pagando una forte somma. Questo ritorno di un Celano nella Marsica, permette ai Celanesi che si erano allontanati e risiedevano all’Aquila ed in altre parti d’Abruzzo, per colpa della politica federiciana e angioina di annullamento della contea celanese, di ritornare nella nuova “Cittadella” (Brogi 1900; Colapietra 1978). Il Conte, per contrastare il potere di S. Maria della Vittoria di Scurcola, aveva nel 1303 e 1309 fatto donazioni al nuovo grande ospedale per i trovatelli di Pescina di S. Nicola Ferrato. Tale ospedale fu creato per volere di Bonifacio VIII nel 1295 dall’unione degli antichi ospedali di S. Nicola in Furca Ferrati (Forca Caruso) sulla via Valeria e S. Rufino in Ratino di Trasacco, e sottoposto, dallo stesso Papa, a quello romano di S. Spirito di Saxia (Colapietra 1978) e dei tenimenti pugliesi della Capitanata con Castelluccio Valmaggiore e S. Spirito.

Il Conte Tommaso morì tra il 1251 e il 1254. La moglie Giuditta è ricordata l’ultima volta nel 1247.


Giancarlo Sociali