Storia dei monasteri San Nicola e San Rufino a Forca Caruso

Tre istituzioni religiose, secondo i documenti scritti, confermati anche da una lunga e costante tradizione, risultavano ubicati lungo la consolare via Valeria, nei pressi del valico odierno di Forca Caruso (che nel medioevo era detto Furca Ferrati o Forca di Ferrati o semplicemente Forca Ferrato) facente parte del “Regio Tratturo aragonese”.

Più esattamente il sito del monastero di San Nicola (se ne vedono ancora le tracce) corrispondeva all’ingresso di quello che ora viene chiamato “Piano di San Nicola”; contiguo a tale piano, in una piccola graziosa valle, più vicino al valico di Forca Caruso, sorgeva il monastero di San Rufino. Storici blasonati locali lo posizionano nei dintorni dei ruderi dell’attuale Casale Mascioli, in territorio di Pescina. Dai miei recenti studi, confermati dalle carte tratturali consultate nell’archivio di Stato di Foggia, risulta però che la cappella di San Rufino si trovasse proprio sul passo di Forca Caruso vicino alla sede della vecchia Casa cantoniera oramai abbattuta. Proprio da lì il tratturo si butta entrando nel territorio di Castelvecchio Subequo verso Goriano Sicoli.

In merito al monastero di San Nicola, il Corsignani (Reggia Marsicana, parte I, p. 653) dice testualmente: “In un marmo, già esistente nelle rovine del Monastero di San Niccolò leggevansi queste parole, ma fratte (spezzate) VETUS MONASTER. MONACH. S.

NICOL… COLLIS ARMENI… STRICTE DEO DICAT…”. “Vecchio Monastero dei monaci di San Nicola, del Colle Armeno e strettamente dedicato a Dio (vi si venera San Nicola, ma il culto vero è quello di adorazione di Dio)”.

Quanto alla denominazione del monastero di San Rufino, ecco la precisazione che si trova nel dattiloscritto Scheda storica sul paese di Collarmele del 9 maggio 1987, autori i professori Giuseppe Grossi e Gianluca Tarquinio: “Questo monastero già ricordato in documenti del sec. VIII d.C. era edificato nel sito dove oggi si vedono i ruderi del Casale Mascioli, a poca distanza dal luogo ove sorgeva quello di San Nicola di Ferrato” (p. 6, nota 4). Quanto alla terza istituzione, dipendente e gestita dai due monasteri, risulta che fosse una sorta di casa di accoglienza, con una chiesa e un ricovero ospedaliero. Ecco la spiegazione chiara e criticamente attendibile che ne danno i detti professori nel citato dattiloscritto: “… poco prima di piegare nel Piano di San Nicola, all’altezza del chilometro 140,400 della Tiburtina Valeria, sulla collina a sinistra detta Giardini, sono i resti della chiesa e dell’ospedale di Santo Nicola in Ferratico…”. Pietro Antonio Corsignani nell’opera citata Reggia Marsicana (parte I, libro III, p. 653) dà questa testimonianza sull’origine remota

del monastero di San Nicola: “Congetturiamo che in tale solitudine abitassero anticamente i religiosi di Prima osservanza”. E più innanzi nello stesso citato passo aggiunge: “Rintracciossi pure vicino allo stesso diroccato monastero un piccolo marmo con le lettere:

Hic transiens quievit D. Venantius M (Dominus Venantius Martir), a cui altro senso dare non possiamo, sennonché quivi si riposasse il detto martire Venanzio, quando si portò per la Via dei Marsi da Camerino ai monti di Raiano”.

Negli scritti del Grossi e del Tarquinio si precisano in Scheda storica… le date sull’origine e sulla fine delle tre istituzioni, affermando che il monastero di San Nicola, situato lungo la Via Valeria, vicino all’odierno paese di Collarmele, fu edificato intorno all’VIII-IX

secolo d.C. dai monaci benedettini. Contemporanea appare anche l’origine non solo dell’ospizio ospedaliero, ma anche quella del monastero di San Rufino, in quanto di essi parlano le Bolle dei papi Pasquale II (1115) e Clemente III (1118). Il periodo della fine di dette istituzioni si fa risalire ai secoli IX e X, al tempo delle invasioni dei saraceni e degli ungari, che non risparmiarono neppure la Marsica.

Della fine del monastero di San Nicola si segnala una data più precisa: “Il 20 settembre 1663, quando un’orda di ladri incendia il monastero e uccide due frati”.

Le istituzioni avevano per primo scopo quello di sacrificio e santificazione dei monaci, attraverso l’assidua preghiera, il lavoro e il silenzio, all’insegna della regola benedettina del SINE MORA ORA ET LABORA (senza sosta prega e lavora). Altro era lo scopo sociale,

perseguito con spirito apostolico fatto consistere concretamente nell’ovviare ai bisogni locali e del momento, quali erano quelli che venivano soddisfatti nella casa di accoglienza, in cui c’erano la chiesa e il ricovero ospedaliero che erano al servizio dei pellegrini che percorrevano la via Valeria, e poi il tratturo nel medioevo. “Esso ospizio funzionava anche come ricovero per i viandanti e, nel caso del monastero di San Nicola in Ferrate, una tale funzione non poteva essere più che benemerita, pensando alle difficoltà (anche attuali) del transito della Forca Caruso e ai fortissimi venti che spiravano anche in estate” (Ibidem).

Oltre ai due Monasteri, erano moltissime le “oasi” religiose lungo il tragitto tratturale. Trattando in questo lavoro solo di quelle più legate alla Marsica ed a Celano, la più importante al pari dell’Arcangelo Gabriele del Gargano è Santa Gemma di Goriano Sicoli.

Giancarlo Sociali